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Home CONTROCORRENTE

Sanità in Calabria: dalla logica del favore alla cultura del diritto per rompere l’emergenza

Di Michele Petullà
5 Settembre 2026
In CONTROCORRENTE
Un reparto ospedaliero

Ci sono storie che una comunità racconta così tante volte da finire per non ascoltarle più. La sanità calabrese è una di queste. Cambiano i governi, gli assessori, i commissari, i direttori generali, i piani di rientro, le promesse e perfino il linguaggio con cui vengono annunciate le soluzioni.

Ma, dietro la successione degli annunci, rimane una domanda che continua a tornare: perché una regione che conosce da decenni le proprie fragilità non riesce ancora a costruire un sistema sanitario realmente adeguato ai bisogni dei suoi cittadini?

È una domanda scomoda, perché obbliga ad andare oltre la cronaca delle emergenze. La crisi della sanità calabrese non nasce ieri e non può essere spiegata soltanto attraverso le ineffienze del presente. È il risultato di una lunga stratificazione di decisioni, rinvii, ridimensionamenti, mancate programmazioni e interventi spesso pensati per rispondere all’urgenza più che per costruire il futuro.

La Regione ha recentemente adottato il Piano di rientro 2026-2028 e ha annunciato il potenziamento dell’assistenza territoriale. Sono segnali che vanno considerati e valutati nel merito, senza pregiudizi. Ma un piano, per quanto necessario, non può essere confuso con una sanità che funziona. La distanza tra una decisione amministrativa e la vita quotidiana delle persone rimane infatti il vero banco di prova.

Perché la sanità non si misura soltanto dai documenti approvati. Si misura nel momento in cui una persona entra in un pronto soccorso. Nel tempo che deve aspettare. Nella possibilità di trovare un medico. Nella disponibilità di un’ambulanza. Nella qualità di una diagnosi. Nella possibilità di effettuare un esame senza attendere mesi. Nella certezza che, davanti a una malattia grave, non sia necessario prendere un treno per Milano, Bologna, Roma o Padova. Un problema, dunque, che non è solamente amministrativo, ma soprattutto umano.

Per anni la Calabria ha assistito a un progressivo ridimensionamento della propria rete ospedaliera. La razionalizzazione, in sé, può essere necessaria. Nessun territorio può permettersi strutture inefficienti o ospedali privi delle condizioni minime per garantire sicurezza e qualità delle cure. Ma razionalizzare non dovrebbe significare semplicemente chiudere, accorpare, ridurre. Significa soprattutto ripensare, programmare. È questa la vera parola che manca alla sanità calabrese: programmazione. Programmare significa sapere oggi quali saranno i bisogni fra cinque o dieci anni.

Significa formare e trattenere professionisti. Significa rendere attrattivi i luoghi di lavoro. Significa costruire percorsi di carriera. Significa investire nella qualità, nella ricerca, nella tecnologia, nella formazione continua. Significa, soprattutto, smettere di governare la sanità come una sequenza infinita di emergenze.

La sanità calabrese ha bisogno di tempi certi, responsabilità riconoscibili e dati pubblici. Ha bisogno di capire quali servizi devono essere garantiti in ogni territorio e quali specializzazioni devono essere rafforzate. Ha bisogno di investire sulle persone prima ancora che sulle strutture.

Poi c’è la migrazione sanitaria, forse la ferita più evidente, una sconfitta collettiva. Ogni volta che un calabrese parte per curarsi altrove, non dobbiamo limitarci a considerare il costo economico della mobilità. Dietro quel viaggio c’è una storia personale: una diagnosi, una paura, una famiglia che si organizza, un viaggio, una spesa, una separazione. Ma c’è qualcosa che i numeri non riescono a raccontare. È il sentimento di chi, quando si ammala, non si fida più del luogo in cui vive. Ed è questa, forse, la conseguenza più grave: una sanità debole produce sfiducia. E qui la questione sanitaria diventa una questione sociale.

Ma anche i cittadini sono chiamati a fare la loro parte, ad uscire dall’indifferenza. Per troppo tempo abbiamo immaginato il cittadino come destinatario passivo delle decisioni pubbliche. Non può più essere così. La sanità appartiene alla comunità. E una comunità che non conosce i propri diritti difficilmente riesce a difenderli.

Questo significa recuperare una dimensione della cittadinanza che in Calabria, come altrove, spesso si è indebolita: la capacità di pretendere servizi pubblici adeguati senza dover chiedere favori personali. La differenza è enorme. Un diritto non dovrebbe dipendere dalla conoscenza di qualcuno, da una telefonata, da una raccomandazione, da un rapporto personale. Dovrebbe essere garantito da un sistema trasparente, accessibile, efficiente.

La vera rivoluzione culturale sarebbe proprio questa: passare dalla logica del favore alla cultura del diritto. E qui la politica ha una responsabilità enorme. Ma ce l’hanno anche i cittadini, le associazioni, i sindacati, gli ordini professionali, il mondo della cultura, dell’informazione e dell’università. Una comunità che protesta soltanto quando il problema arriva sulla propria porta è una comunità fragile. Una comunità consapevole, invece, discute oggi di ciò che potrebbe accadere domani.

Forse la vera domanda, allora, non è soltanto: chi deve cambiare la sanità calabrese? La domanda è: che cosa siamo disposti a cambiare noi perché essa possa cambiare davvero? Perché continuare a indignarsi davanti alle fotografie dei pronto soccorso affollati, alle liste d’attesa, alla carenza di personale e alla migrazione sanitaria senza trasformare l’indignazione in partecipazione significa condannarsi alla ripetizione.

La Calabria ha bisogno di una politica capace di resistere alla tentazione del consenso immediato. Perché inaugurare una struttura è politicamente visibile. Costruire una rete efficiente, formare personale, organizzare servizi e aspettare anni perché il sistema produca risultati è molto meno spettacolare. Ma è esattamente questo che serve. La Calabria non ha bisogno dell’ennesimo racconto consolatorio sulla sanità che finalmente cambia. Ha bisogno di poter verificare che cambia davvero.

La salute non è una concessione della politica. È un diritto. Ed è proprio per questo che la sanità calabrese non può più permettersi di rimandare. La vera sfida non è soltanto costruire nuovi ospedali. È costruire una nuova idea di sanità: più vicina, più competente, più organizzata, più trasparente, capace di tenere insieme ospedali e territorio, emergenza e prevenzione, tecnologia e persone.

Ma per farlo occorre anche una nuova idea di cittadinanza. Una cittadinanza che non accetti come inevitabile ciò che inevitabile non è. Che non confonda la pazienza con la rassegnazione. Che non trasformi il disservizio in normalità. Che sappia chiedere conto delle decisioni pubbliche e valutare i risultati, non soltanto gli annunci. Perché forse la storia della sanità calabrese continua a sembrare una storia che non insegna nulla proprio per questo: abbiamo imparato a convivere con ciò che non dovrebbe essere normale.

La svolta, allora, potrebbe cominciare da una parola semplice e difficile insieme: basta. Basta con l’idea che per ottenere ciò che spetta di diritto sia necessario conoscere qualcuno. Basta con l’eterna emergenza elevata a metodo di governo. Basta con le promesse che si consumano prima delle loro scadenze. E soprattutto basta con l’indifferenza.

Perché una sanità migliore non nasce soltanto nei palazzi della Regione o nelle direzioni delle aziende sanitarie. Nasce anche quando una comunità decide di non abbassare più lo sguardo. La Calabria ha bisogno di nuovi ospedali, certo. Ma prima ancora ha bisogno di una comunità che chieda, pretenda e difenda una sanità che funzioni. Solo allora la storia potrà finalmente insegnarci qualcosa.

Tags: EmergenzaFavoreSanità calabrese
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