Ci sono luoghi sulla terra in cui il confine tra il cielo e la pietra sembra farsi così sottile da annullarsi del tutto, lasciando filtrare una luce che non appartiene al tempo degli uomini. Uno di questi angoli di mondo è incastonato nel cuore boscoso delle Serre calabresi, dove l’aria profuma di resina, di muschio antico e di un’eternità che risuona sottovoce. Visto l’avvicinarsi della Festa del Patrono per i serresi, prevista per il prossimo 6 ottobre, approfondiamo grazie al professore Marco Primerano, docente di lettere e scrittore di Serra San Bruno, l’epopea delle taumaturgiche ossa dell’amato Santo e del suo Busto argenteo.

Il transito e il dies natalis del Maestro Bruno
Era domenica, quel 6 ottobre 1101, quando il Maestro Bruno, l’uomo che aveva scelto la radura di Santa Maria della Torre per farne il teatro del suo dialogo con l’Assoluto, si preparava all’ultimo passaggio. Non c’era angoscia nella sua ora estrema, ma la serena percezione della divina Bonitas. Intorno a lui, i monaci giacevano impietriti dal dolore. Bruno volle ripercorrere il corso della propria esistenza e intonare il Credo. Non lasciava ricchezze, il suo unico testamento era l’esempio di una fede pura. Addormentandosi serenamente, trasfigurò così la sua morte nel vero dies natalis, il giorno della nascita al cielo. I compagni vollero che le sue spoglie rimanessero lì dove la grazia era fiorita, nella grotta che il santo aveva abitato.

L’oblio, l’abbandono e la dispersione dei monaci
Anni dopo, l’11 aprile 1116, la pietra del “Dormitorio” si riaprì per accogliere i resti del suo socius fidelis e successore, Lanuino: fusi in una fraternità radicata, non furono divisi neppure nella tomba. Fu Lamberto, terzo priore dell’eremo, a disporre l’esumazione per riporre i resti nella chiesa di Santa Maria del Bosco.

Sembrava la sistemazione definitiva, ma l’imprevedibile corso degli eventi stava per stendere su quelle reliquie la coltre dell’oblio. Nel 1192, infatti, l’imposizione della regola benedettina-cistercense al monastero calabrese voluta da papa Celestino III provocò un trauma profondo. Molti “monaci bianchi” si dispersero e Santa Maria venne abbandonata. Per quasi quattro secoli, la radura sacra fu inghiottita dalla natura selvaggia, e le ossa del Fondatore parvero perdersi per sempre. Il lunedì di Pentecoste di un anno tra il 1502 e il 1505 accadde però l’inesplicabile.
Il prodigioso ritrovamento, il furto e la sommossa
La memoria popolare attribuisce la svolta ad un uomo di Stilo, Antonio de Sabinis, ispirato in sogno e condotto poi nel cuore dell’antica chiesa da una luce prodigiosa. Quel ritrovamento scosse la cristianità: i certosini poterono far ritorno, e le ossa vennero traslate con solennità a Santo Stefano del Bosco. Papa Leone X, nel 1514, autorizzò altresì il culto universale di San Bruno, scatenando un’imprevista “corsa alle reliquie“.


Ogni monastero dell’ordine voleva una frazione del corpo. Dom Pietro de Riccardis, priore della Certosa di San Martino a Napoli, arrivò a trafugare perfino la scatola cranica, per custodirla nella capitale partenopea. Quando giunse il Lunedì di Pentecoste del 1516 e la gente di Calabria non vide apparire il capo del proprio protettore, la rabbia esplose. Una protesta viscerale costrinse quindi i monaci napoletani a restituire la calotta cranica a Serra, incastonandola in un sontuoso busto d’argento (per il quale pretesero però ben 700 ducati).
Pellegrinaggi del Busto e la cupola protettiva
Il busto visse poi secoli drammatici: scampò al terremoto del 1783 e fu messo in salvo lungo il fiume Ancinale per sottrarlo alle spoliazioni borboniche e francesi, rifugiandosi a San Rocco e nella chiesa Matrice prima del definitivo ritorno in Certosa nel 1847. Da questa storia di resistenza e amore feroce nasce una festa unica al mondo.
Chi giunge a Serra durante le processioni assiste a una visione quasi paradossale: il raffinato busto d’argento di San Bruno avanza sulla grande “varia” argentea realizzata da Luca Baccara nel 1797, ma è interamente racchiuso da una cupola di plastica trasparente. Un’esigenza nata nel Novecento per proteggere il metallo dal lancio dei cundragghj, i durissimi confetti lanciati dai fedeli, capaci nei decenni di butterare l’argento e far cadere le gemme dal reliquiario.
Una devozione eterna e l’eredità di San Bruno
Oggi, la devozione serrese è un’esplosione d’affetto, una passione bruciante in cui il sacro si mescola alla terra. San Bruno, con il suo sguardo scolpito e l’anima protesa verso l’infinito, continua a guardare il suo popolo.
E se dalle vette del Paradiso sorride delle dispute accese delle Confraternite su chi debba portare a spalla la sua effigie, mantiene tuttora quel ciglio severo e paterno, ricordandoci che al di là del fragore dei cori, ciò che conta è quell’abbandono sereno al Creatore insegnato in una lontana domenica d’ottobre quando la morte smise di fare paura per diventare, semplicemente, nascita.






















