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Home SANITÀ

Il monito di Città Attiva: «A Vibo non serve l’Esercito, ma solo una sanità degna di un Paese civile»

Francesca Guzzo, Daniela Primerano e Ornella Grillo chiedono l’adeguamento delle strutture, l’aumento del personale e strumenti per intervenire opportunamente sui malati

Di Redazione
17 Settembre 2024
In SANITÀ
Il monito di Città Attiva: «A Vibo non serve l’Esercito, ma solo una sanità degna di un Paese civile»

L'ospedale civile Jazzolino

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«La sanità pubblica a Vibo Valentia, è da anni motivo di grande preoccupazione per ogni residente nella provincia, che subisce quotidianamente l’inefficienza delle strutture e la carenza di personale, concentrata quasi unicamente nell’ospedale Jazzolino, punto di riferimento di tutta la provincia. I pochi sanitari a disposizione dei malati vibonesi sono ormai allo stremo, alcuni di loro si impegnano stoicamente per fronteggiare le evidenti lacune, altri si sono ormai rassegnati alla quasi irreversibile impossibilità di garantire una sanità degna di un Paese civile, che circa trent’anni fa ha visto posare la prima pietra per la costruzione del nuovo ospedale al momento non ancora avviata. I cittadini, che non hanno sempre la possibilità di rivolgersi alla sanità privata, si aggrappano disperatamente a ciò che rimane di un sistema quasi perfetto, ormai ridotto all’ombra di se stesso in tutta Italia». È quanto affermano in una lunga nota a firma congiunta Francesca Guzzo, Daniela Primerano e Ornella Grillo, componenti dell’osservatorio civico Città Attiva Vibo Valentia.

Le richieste: adeguare le strutture, aumentare il personale e fornire strumenti

«L’angoscia degli assistiti – viene fatto notare – aumenta insieme al malcontento degli addetti ai lavori, che si sentono abbandonati a loro stessi almeno quanto i pazienti. Chi cerca di porre le due categorie su fronti contrapposti, pertanto, sbaglia prospettiva e dimostra di non avere alcuna idea di come sia strutturato l’ospedale di Vibo Valentia. Ci troviamo, dunque, in una situazione particolarmente complicata, che incide sugli animi dei malati, dei loro parenti e degli addetti ai lavori, costretti a subire un inaccettabile trattamento inevitabilmente destinato ad influenzare anche la loro stabilità psichica ed emotiva. Tale stato di cose, tuttavia, si risolverebbe adeguando le strutture, aumentando il personale e fornendogli strumenti per intervenire opportunamente sui malati, i quali hanno l’incontestabile diritto, costituzionalmente sancito, ad essere curati senza essere sottoposti ad evitabilissimi stress o carenze. Ciò che ci serve, pertanto,  – aggiungono le tre esponenti di Città  Attiva – è il potenziamento dei servizi sanitari, un numero appropriato di addetti ai lavori (tra medici, infermieri e tecnici), che possano fare fronte alla domanda dei pazienti, una medicina territoriale che snellisca il peso che ricade sullo Jazzolino, la ricostituzione del reparto di Psichiatria (recentemente soppresso), il potenziamento degli altri (specialmente Ortopedia) che si mantengono a fatica, ed un Pronto soccorso che possa convenientemente rispondere alle necessità di tutta la provincia di Vibo Valentia, essendone, tra l’altro, l’unico riferimento».

Ciò che ci serve – annotano ancora le interessate -, «è il rispetto dei diritti del cittadino e del malato, allo stato praticamente abbandonato alle esigue risorse gestite da un risicato numero di medici ed infermieri ormai stremati. Eppure, nonostante l’evidenza, ed una situazione che potrebbe essere risolta implementando i servizi nel tempo drasticamente ridotti in violazione di ogni diritto alle cure, apprendiamo che il rimedio alla degenerazione, a cui ha condotto lo stesso sistema, sarebbe il ricorso all’esercito. Incredibilmente, infatti, si è arrivati a ritenere che tutto possa essere risolto affiancando al personale del Pronto soccorso uomini in mimetica, che dovrebbero fungere da deterrente per chi manifesta il proprio malcontento davanti alla estenuante attesa che si protrae anche per giorni, alla sistemazione dei malati in barelle provvisoriamente collocate nei corridoi del Pronto soccorso, su cui troppo spesso concludono l’intera degenza senza mai essere trasferiti in reparto o in un letto, alla inadeguatezza dei locali, allo sfinimento degli addetti ai lavori, alle ansie dei familiari, a volte costretti ad attendere ore prima di conoscere le sorti dei propri cari, e ciò sempre a causa della carenza di personale che è obbligato a selezionare gli aspetti da trascurare per avere il tempo di dedicarsi ad altri ritenuti più urgenti. Pur essendo evidente che le deprecabili vicende che interessano quasi tutti i presidi ospedalieri d’Italia, siano riconducibili al decadimento del Sistema sanitario nazionale (chiaramente condannato al sacrificio in favore della sanità privata sempre più in espansione), a Vibo Valentia si ritiene incomprensibilmente che il problema vada affrontato impiegando l’esercito, anziché implementando i servizi».

«Il Sistema sanitario nazionale deve avere a cuore i malati»

Ai cittadini che chiedono «considerazione e rispetto», pertanto, si può da riscontro – spiegano Francesca Guzzo, Daniele Primerano e Ornella Grillo – con strumenti repressivi e coercitivi, come se si trattasse di delinquenti da sedare e tenere sotto controllo. È evidente. Però, che il problema vada risolto a monte, predisponendo un Sistema sanitario nazionale idoneo, che abbia a cuore i malati, ne tuteli la dignità alla stessa maniera in cui ne deve garantire la sicurezza, e prevenga l’esacerbazione degli animi e la degenerazione della situazione. I pazienti ed i loro familiari arrivano per stanchezza o disperazione a diventare intolleranti nei confronti del trattamento che gli viene riservato. Renderlo umano sempre, con la predisposizione di un apparato che non rimetta tutto alle capacità e buona volontà del singolo professionista, eviterebbe l’insorgere delle motivazioni che inducano gli utenti a reagire in modo sbagliato. Vibo Valentia necessita di un Sistema sanitario nazionale adatto, che sappia fare fronte ai bisogni dei malati, un ospedale che possa accoglierli, garantendo loro dignità e cure, un esercito di medici ed infermieri armati di strumenti destinati alla salvaguardia dei cittadini, stanchi di essere depredati dai loro diritti. Non ci servono i militari – concludono le esponenti di Città Attiva -, serve una sanità degna di un Paese civile».

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