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Ricadi, a Torre Marrana rivive la storia dei “picuniari”: la calce che costruì i borghi del territorio

Ai piedi dell’antica torre di Brivadi sopravvive una “Carcara” scavata nella roccia. Francesco Giuliano ricorda il mestiere del nonno, tra tradizioni contadine, fornaci e un patrimonio di storia locale

Di Pasquale Scordamaglia
13 Ottobre 2026
In PRIMO PIANO
a Torre Marrana rivive la storia dei “picuniari”

A Torre Marrana rivive la storia dei “picuniari”

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Il sito di Torre Marrana, presente a poca distanza dal centro di Brivadi di Ricadi, ha custodito con sé la testimonianza di un antico mestiere, nonché di una forma d’arte che si è tramandata per più generazioni. Infatti, ai piedi della storica torre di avvistamento, ancora oggi è visibile l’ingresso di un’autentica “Carcara” che fu scavata nella roccia e che culmina più in alto con la tradizionale bocca della fornace. L’area di Torre Marrana, dunque, era un punto di ritrovo per i cosiddetti “cavatori di pietra”, identificati anche con il nome dialettale di “picuniari”. I cavatori usufruivano della “carcara” per ottenere la produzione della calce viva. Un lavoro, questo, adoperato anticamente sia dai greci che dai romani, seppur con tecniche e usi diversi.

Francesco Giuliano e il ricordo del nonno “Ciccu ‘u fatturi”

In particolare, a testimoniare la presenza di questa attività artigianale, è Francesco Giuliano, consigliere comunale di maggioranza con delega al Bilancio, ai Tributi e al Demanio. Il nonno paterno portava il suo stesso nome, ma a Brivadi e dintorni era noto come “Ciccu ‘u Fatturi”. Quest’ultimo, era uno dei cavatori di pietra che produceva la calce viva a Torre Marrana, esattamente dal periodo del dopoguerra e almeno per un ventennio.

La fornace utilizzata per più decenni

Facendo tesoro dei racconti del nonno paterno, il consigliere comunale racconta: «Mio nonno Francesco, noto come “Ciccu ‘u Fatturi”, già negli anni cinquanta era dedito alla produzione della calce viva. La “Carcara” della Marrana, molto probabilmente, venne utilizzata fino ai primi anni 70. Nel primo dopoguerra, verso l’inizio degli anni cinquanta – racconta Giuliano – mio nonno e tanti contadini ricadesi, iniziarono a scavare per ricavare la pietra calcarea da Torre Marrana. Il procedimento successivo era quello di cuocere la calce viva. Durante questi scavi, relativi all’estrazione della pietra calcarea, si creò anche la famosa grotta che si trova a poca distanza dalla torre di avvistamento. La grotta, tra l’altro, aveva una funzione importantissima. Essa era utilizzata dai cavatori per ripararsi dal sole, mentre il fuoco alimentava la fornace della calcara per circa tre giorni e tre notti. La produzione avveniva tramite un preciso processo di combustione».

La calce della Marrana per costruire i borghi del territorio

Ancora: «Inoltre, – prosegue Giuliano – tutte le case del circondario erano costruite con la calce della Marrana. Paesi come Barbalaconi, Lampazzone, Ricadi, Orsigliadi, Brivadi e S. Nicolò, vennero costruiti con l’impiego della malta, ricavata con la calce viva della Torre Marrana e con la sabbia». Una storia che rappresenta un valore aggiunto per l’intero sito archeologico di Torre Marrana, confermando anche l’esistenza di quello che rimane un lavoro d’altri tempi.

Tags: carcaraRicadiTorre Marrana
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