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Home CONTROCORRENTE

La Calabria dei paesi spopolati, ma il ritorno è possibile

Di Michele Petullà
5 Febbraio 2026
In CONTROCORRENTE
Giovani calabresi in fuga: ormai è una vera e propria emorragia. Ecco le allarmanti cifre

Di là dalle soglie sbrecciate delle case abbandonate, lungo le vie dove i nomi sbiaditi resistono sui citofoni arrugginiti, come reliquie di una geografia dell’anima, si snoda il racconto sommerso della Calabria dei paesi. Non è un’epopea epica né un necrologio: è un richiamo, un battito di tamburo antico nel silenzio del tempo che svanisce. È la voce delle radici che non vogliono morire, ma farsi nuovamente linfa.

I paesi non sono solo punti su una carta geografica, non sono reticoli di strade e confini amministrativi. Sono architetture della memoria, costellazioni affettive, palinsesti di esistenze intrecciate. Ognuno porta il volto della pietra e del vento, della fatica e dell’attesa. Ogni paese è un poema corale inciso nella terra e nell’aria, dove il tempo ha imparato a camminare con passi lenti.

Ma da decenni queste dimore del senso si svuotano. Lo spopolamento non è solo un fenomeno demografico: è una frattura simbolica. È l’emorragia di un mondo che non ha saputo o potuto immaginare un futuro nei luoghi del passato. È lo sgretolarsi del “noi” nel tempo dello sradicamento globale.

Come ha scritto il professor Vito Teti, antropologo e poeta delle fratture, lo spopolamento è anche una forma di melanconia collettiva, una nostalgia non solo per ciò che si perde ma per ciò che non si è riusciti a diventare. Nei suoi studi – da Il senso dei luoghi a Pietre di pane fino a La restanza – Teti ci ha insegnato che l’abbandono è anche un atto culturale, un sintomo e un racconto da decifrare. Come ci insegna Teti, emigrare è sempre anche un modo per rimanere. E viceversa, tornare può essere un modo per ritrovare parti di sé che altrove si erano smarrite.

C’è una forma struggente di eloquenza nelle case disabitate. Le imposte chiuse come palpebre stanche, i muri che crollano a pezzi come sillabe di un linguaggio perduto. Ma in quella rovina risuona ancora un appello. Non si tratta di recuperare solo l’edificio, ma la sua anima: la narrazione che lo abitava.

Chi parte porta via il corpo, ma spesso lascia lì la voce, la lingua dei padri, l’eco delle storie. Eppure ogni volta che si ritorna – fosse anche solo per un’estate, una festa, una visita fugace – si riattiva un codice sopito, una geografia interiore fatta di rintocchi, odori, vicoli e racconti.

Il turismo delle radici, di cui oggi tanto si parla anche in ambito istituzionale, potrebbe essere la chiave per trasformare il ricordo in risorsa, l’assenza in presenza consapevole. Non turismo da cartolina, ma ritorno rituale. Non fruizione passiva, ma riconnessione identitaria.

Per contrastare lo spopolamento non basta frenare l’esodo. Occorre seminare senso. I paesi possono tornare a vivere solo se tornano a parlare alle nuove generazioni. Ma non con la retorica della nostalgia, bensì con il linguaggio del possibile. Se ben intesa, la nostalgia non è solo rimpianto: è energia affettiva che spinge al ritorno, al desiderio di ricostruire un altrove in equilibrio tra passato e futuro. In un’epoca di nomadismo digitale e precarietà esistenziale, molti sentono il bisogno di radici mobili, di luoghi che diano nome e respiro.

Le radici non sono catene: sono vele nel suolo. Non trattengono, ma nutrono il volo. Un’identità viva è quella che si apre al mondo, che fa dei propri margini un luogo di scambio, non di chiusura. La cultura dei paesi è una costruzione dinamica, non una reliquia da museo etnografico.

Bisogna far rivivere le tradizioni come luoghi di senso condiviso, come riti che raccontano chi siamo stati e chi possiamo diventare. Che si tratti di una festa patronale o della preparazione del pane, ogni gesto antico può diventare uno spazio pedagogico, relazionale, creativo. Non si tratta di “conservare” per forza, ma di abitare il presente con le forme del passato che parlano ancora.

I paesi, anche se svuotati, possono ancora essere laboratori di sperimentazione sociale. Micro-comunità dove provare modelli di co-abitazione, co-working, produzione culturale, agricoltura sostenibile, artigianato relazionale. Un luogo dove il tempo torni a essere umano, e non dettato dal cronometro neoliberista della performance. Sono i semi di un altro modo di abitare il mondo, a partire dalla lentezza. Dalla terra come grembo, non come zavorra.

Il turismo delle radici, in questa prospettiva, può diventare non una parentesi turistica, ma un percorso di riconciliazione, una geografia sentimentale che ricuce le fratture del tempo. Non si tratta solo di tornare al paese dei padri, ma di riconoscersi in una storia collettiva. Di scoprire che dietro ogni cognome, ogni soprannome, ogni ricetta, c’è un mondo. E che quel mondo può ancora generare futuro.

Il silenzio che avvolge i paesi svuotati non è assenza, ma attesa. Le pietre parlano, se ci si ferma ad ascoltarle. Raccontano di mani che le hanno posate, di bambini che ci sono inciampati, di donne che vi hanno pianto. Raccontano della resistenza invisibile della memoria.

Bisogna allora tornare nei paesi, ma soprattutto tornare ai paesi dentro di noi. Ritrovare quella parte silenziosa, umile, comunitaria che il rumore del mondo ha messo a tacere. Portare lì il nostro sapere, il nostro lavoro, il nostro desiderio. Ricostruire non le case, ma l’abitare.

Perché se è vero che le radici non servono solo a tenerci fermi, allora forse servono a tenerci vivi. E in un paese che torna a vivere, torna a fiorire anche il futuro. Là dove tutto sembra finito, qualcosa può ancora cominciare. Là dove il vento abita le case vuote, può ancora rinascere un canto.

Tags: CalabriaSpopolamento
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