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Home AMBIENTE

Paolillo (Wwf): «Il mare vibonese? Alla sua bellezza si alternano situazioni vergognose»

Intervista a tutto campo al responsabile del settore Conservazione del Wwf Vibo

Di Francesco Mobilio
3 Giugno 2024
In AMBIENTE
Paolillo (Wwf): «Il mare vibonese? Alla sua bellezza si alternano situazioni vergognose»

L'ambientalista Pino Paolillo

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Ambientalista da sempre. Difensore fino allo stremo della natura, delle sue bellezze, ma anche e soprattutto delle sue fragilità, delle sue debolezze e dei soprusi dell’uomo. Pino Paolillo, responsabile del settore Conservazione del Wwf Vibo Valentia, parla a Informa Calabria. La sua è una intervista a tutto campo sullo stato di salute del mare vibonese e il quadro che ne esce fuori è davvero a tinte fosche. In particolare, nel periodo estivo risulta spesso sporco, invaso a tratti da schiuma e macchie di dubbia provenienza. Nel mirino finiscono, quindi, lo «sviluppo selvaggio dell’edilizia, il mancato collettamento di abitazioni private o di intere frazioni. Per non parlare poi – spiega alla nostra testata l’ambientalista – dei depuratori dei comuni costieri che solo in pochi casi risultano conformi secondo la legge o non soffrono di problemi strutturali». Il tutto frutto anche «dell’individualismo più esasperato, della mancanza del senso del bene collettivo, dello spazio comune». E poi… ? E poi la soluzione. Sì, perché la via per uscire da questo degrado Paolillo la conosce e la invoca con forza. Seguiteci.

Dottore Paolillo, in che condizioni di salute è il nostro mare? 

«Se dovessi soffermarmi solo sulle immagini presentate alle varie borse del turismo, direi splendido, ma se, al contrario, dovessi tenere conto di immagini tutt’altro che esaltanti, delle immancabili e sacrosante proteste dei turisti e dei residenti nel periodo estivo, potrei dire pessime. Come sempre la verità sta nel mezzo e il mare vibonese è come Giano bifronte: a realtà di incomparabile bellezza, si alternano periodicamente situazioni di cui vergognarsi». 

Ogni anno però, all’inizio dell’estate, non mancano le rassicurazioni da parte delle amministrazioni locali. Dunque? 

«Il “mea culpa” non è di moda dalle nostre parti e di solito si ricorre alla vecchia pratica della “dichiarazione di innocenza” e dell’autoassoluzione, addossando ad altri le responsabilità dell’inquinamento. Classico esempio: le correnti che spingerebbero i liquami provenienti da altri comuni, oppure si tenta di negare lo stesso fenomeno, magari postando foto dello stesso tratto di mare incriminato quando invece è pulito, enfatizzando solo gli aspetti positivi. Nella migliore delle ipotesi, si fa per dire, si promettono interventi risolutivi in attesa dei dovuti finanziamenti, salvo poi non utilizzarli o sperperarli quando arrivano, vedi gli impianti consortili come quello dell’Angitola costato 3 milioni di euro e mai entrato in funzione o quello di Acquaro, Arena e Dasà che risulta fermo da anni». 

Tutto nero, insomma? 

««No, c’è da dire infatti che negli ultimi anni, complici lo sviluppo dei social, un maggiore interesse della magistratura e delle forze preposte al controllo, e, non ultime, le denunce della stampa, qualcosa è cambiato nella percezione e nella consapevolezza del problema, ma il lavoro da fare è ancora davvero tanto».

Eppure il Vibonese vive anche e soprattutto di turismo, perché quindi accade tutto ciò?

«Paradossalmente è lo stesso turismo di massa a essere in parte responsabile dei problemi  del mare. Lo sviluppo selvaggio, simile a un autentico “tsunami di cemento”, di un’edilizia legata alle vacanze delle seconde case e dei villaggi turistici basato su una logica perversa di un profitto immediato, non solo ha sconvolto la fisionomia di  zone fino a pochi decenni fa quasi selvagge, cito fra tutte Capo Vaticano, ma ha comportato dei problemi anche nel  settore della depurazione, visto l’aumento vertiginoso della  popolazione estiva rispetto a quella residenziale e il mancato  collettamento di abitazioni private o di intere frazioni».

Quindi, cos’altro… 

«Per non parlare dei depuratori dei comuni costieri che solo in pochi casi risultano conformi secondo la legge o non soffrono di problemi strutturali. Negli ultimi decenni insomma in molte zone costiere si è superata quella che in biologia rappresenta la capacità portante o di carico di un territorio, con tutto quello che ciò comporta in termini di traffico, smaltimento di rifiuti urbani e, appunto, depurazione». 

Finisce qui? 

«Nemmeno per idea. A questo si aggiunge ancora l’apporto degli inquinanti provenienti dai numerosi paesi dell’entroterra, dove i depuratori neanche esistono, che non vivono direttamente il problema dell’inquinamento marino e che quindi non hanno un interesse economico a risolverlo. Da non sottovalutare infine il carico di inquinanti provenienti dall’uso dei fertilizzanti in agricoltura e che giungono a mare attraverso i corsi d’acqua o per dilavamento e che contribuiscono a innescare il fenomeno della proliferazione delle microalghe e della colorazione anomala delle acque noto con il termine di eutrofizzazione». 

Secondo lei, cosa andrebbe messo in piedi domani mattina per fare cambiare decisamente rotta? 

«Non credo nei miracoli, specialmente in una realtà dove purtroppo i problemi da affrontare sono annosi, molteplici e riguardano non solo il settore della depurazione dei cinquanta comuni della provincia e di quelle limitrofe, ma anche quello degli scarichi privati, del mancato collettamento di intere zone, dove i controlli risultano più difficili. L’unica strada da percorrere in una lotta che però richiede tempi lunghi, e impiego di ingenti risorse economiche, è quella dei controlli e del monitoraggio continuo, ma soprattutto a livello preventivo, di un impegno generale e forte da parte di tutti i comuni della provincia, dal mare alla montagna, per far sì che la depurazione delle acque reflue diventi il problema per eccellenza, e la conservazione dell’ambiente un elemento strategico per il futuro turistico della provincia. La sfida di domani, anzi immediata, consiste nel cercare in tutti i modi di conciliare lo stesso turismo con la tutela del mare e delle coste». 

Roberto Occhiuto ha ingaggiato una vera battaglia contro chi inquina il mare calabrese. Tutto inutile? 

«Non posso negare l’impegno della Task Force voluta dal presidente della Regione Occhiuto, tantomeno l’opera meritoria del procuratore Camillo Falvo e di tutte le forze messe in campo, Capitaneria, Guardia di Finanza, Arpacal, Istituto Anton Dohrn, che ha portato all’acquisizione di nuovi dati sulle fonti di inquinamento, nuove denunce e sequestri. Occorre insistere sul coinvolgimento attivo dei Comuni, sul loro supporto in termini di risorse economiche e umane, sulla necessità sempre più improcrastinabile di dotarsi di efficienti impianti di depurazione, e dei cittadini sul rispetto delle norme per quanto concerne gli allacci alla rete e lo smaltimento lecito dei fanghi delle abitazioni private». 

Tradotto in una sola parola… 

«Serve insomma una sorta di rivoluzione culturale sul nostro rapporto con l’ambiente, ancora lungi però dall’essere realizzata viste anche le recenti vicende giudiziarie legate all’operazione “Scirocco” del mese di marzo su una presunta cattiva gestione di impianti di depurazione e smaltimento illecito di fanghi in Calabria. Diciamo che la strada intrapresa è quella giusta, ma siamo solo all’inizio di un percorso che si preannuncia lungo e pieno di difficoltà». 

Ma andiamo nell’entroterra vibonese: dottore Paolillo, qui come siamo messi? 

«L’ho accennato prima: diversi paesi dell’entroterra non sono dotati di depuratori o quelli che hanno sono ormai obsoleti e malfunzionanti, per cui i reflui confluiscono nei corsi d’acqua che naturalmente scaricano in mare. Inoltre gli stessi corsi d’acqua, durante il loro percorso, diventano poi i recettori di scarichi abusivi di frantoi oleari, aziende agricole e zootecniche, per come risulta dalle indagini e da provvedimenti della Magistratura. Una buona parte dei problemi del mare nascono a monte». 

Insomma, nel Vibonese la situazione nel suo complesso non appare ottimale. 

«Vorrei poter dire il contrario, ma la realtà mi impone di essere obiettivo: se vado a rileggere alcuni interventi o segnalazioni scritti venti o quarant’anni fa, si potrebbe solo cambiare la data e riproporli ai giorni nostri, ma devo pur ricordare che per fortuna si sono fatti dei passi in avanti. I più anziani ricorderanno, ad esempio, le ondate giornaliere di spazzatura che, puntualmente, si riversavano sulle nostre coste dopo che il pattume veniva scaricato al largo delle Eolie dalle navi in transito. Io stesso assistetti incredulo allo sversamento in mare di due bidoni di spazzatura da un traghetto e la risposta del comandante alle mie rimostranze: “Ma lei lo sa quanto è profondo qui il mare?”. E a proposito ricordo una mia denuncia alla Pretura di Pizzo del 1982. Quanto alla situazione del mare non si può generalizzare, perché può succedere che lo stesso tratto che il giorno prima si presentava limpido e cristallino, in certe occasioni possa risultare con problemi quali macchie grigiastre o fenomeni di eutrofizzazione». 

E questo da cosa dipende? 

«Ciò dipende dalle diverse variabili che condizionano lo stato delle acque di balneazione, quali ad esempio la rottura o il cattivo funzionamento di un depuratore o delle pompe di sollevamento, un forte acquazzone, uno scarico abusivo, la piena di un fiume, un aumento repentino della temperatura e l’accumulo di nutrienti per il plancton. Una considerazione a parte va fatta per quei punti critici dove costantemente si riscontrano situazioni di degrado e di inquinamento, come numerosi “fossi” che scaricano liquami non depurati». 

Oltre all’impegno delle istituzioni, non crede che serva una maggiore cultura ambientalista tra i cittadini? 

«Assolutamente sì, ma purtroppo paghiamo lo scotto di una mentalità in cui a prevalere è l’individualismo più esasperato, quello che i sociologi chiamano “il familismo amorale”, la mancanza del senso del bene collettivo, dello spazio comune e quindi si genera il disinteresse che, a volte, sfocia, nel disprezzo di tutto ciò che rappresenta la cosa pubblica. Detto in parole povere: per il calabrese, parlo naturalmente in generale, esiste solo lui, gli altri non esistono». 

E chi sarebbero gli altri?

«Per gli altri intendo anche il patrimonio che dovrebbe essere di tutti, dalle spiagge al mare, dai boschi ai giardinetti comunali. Per questo parlare di rispetto dell’ambiente a volte risulta del tutto inutile e incomprensibile, considerato che per molti, troppi, il concetto stesso di ambiente non esiste, se non quello di proprietà, la casa, il terreno, l’automobile. Quanto al resto chiunque si sente libero di sfruttarlo o di lordarlo a proprio piacimento. Basti pensare a tutti i rifiuti abbandonati tranquillamente sulle spiagge o nei boschi. Il dramma di questa regione è che chi scarica in mare o in un fiume in maniera illegale magari per risparmiare sui costi, non solo non si vergogna di arrecare un danno alla società, che per lui, ripeto, non esiste, ma in cuor suo pensa di essere più furbo di chi invece le norme le rispetta. È vero che non tutti, per fortuna, si comportano in modo così incivile, ma c’è ancora molto da fare sul piano sia dell’educazione e, quando serve, del controllo e del rispetto delle regole. Se anche nei giovani dovesse prevalere questa mentalità, sono convinto che per la Calabria non ci sia più alcuna speranza di cambiamento».

Dottore Paolillo, cosa si sente di dire ancora ad amministratori e cittadini che la stanno leggendo? 

«Direi che il bene più prezioso che abbiamo è rappresentato dalla natura, dal paesaggio, dalla biodiversità e che solo salvaguardando questo bene possiamo garantire un futuro alla nostra regione. Proprio per i danni spesso irreparabili e imperdonabili che abbiamo arrecato alle nostre coste, dobbiamo difendere ad ogni costo l’ultimo lembo di spiaggia, l’ultima costa rocciosa dall’invasione del cemento e da un turismo di massa incontrollato e invadente che minaccia la stessa risorsa su cui dovrebbe fondarsi ogni prospettiva di benessere economico per le popolazioni, cioè un ambiente sano e pulito. È quello che i turisti e i calabresi onesti vogliono dalla Calabria. Se veramente vogliamo che i turisti non solo vengano, ma soprattutto ritornino nella nostra regione, quello che conta non è ciò che mostriamo nei dépliant pubblicitari o su Internet, ma quello che effettivamente trovano quando arrivano qui e che non sempre corrisponde all’immagine di quella Calabria bella e incontaminata che decantiamo». 

Concludiamo: il suo impegno ambientalista dura da decenni, cosa la spinge ad andare avanti, nonostante tutto? 

«Rispondo con una frase non mia: perché quello che faccio è senz’altro una goccia nell’oceano, ma è ciò che dà un senso alla mia esistenza. E poi ci sono loro, gli animali selvatici, ai quali ho dedicato e dedico, per quello che il fisico mi consente, gran parte della mia vita. Ogni anno, in estate, mi basta vedere involarsi un giovane rondone dalle mani per provare ancora la stessa emozione della prima volta. E di tempo, da allora, ne è passato… ».

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