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Home SVILUPPO

Fusione tra Comuni: i vantaggi dell’unione tra Vibo e altri 13 enti

Aggregandosi si formerebbe la terza città della Calabria per dimensioni

Di Francesco Mobilio
3 Giugno 2024
In SVILUPPO
Fusione tra Comuni: i vantaggi dell’unione tra Vibo e altri 13 enti
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Dopo incontri, dibattiti e confronti, alla fine di gennaio di due anni fa è arrivato nell’aula consiliare di Palazzo Luigi Razza l’ordine del giorno, a firma di vari consiglieri comunali di Vibo Valentia, per discutere della proposta di fusione, lanciata da tempo dall’associazione “Progetto Valentia”, tra il Comune capoluogo di provincia e altri tredici enti locali limitrofi. Tuttavia, la discussione non c’è mai stata in quanto per ben due volte è puntualmente mancato il numero legale. Consiglio, quindi, sempre saltato e con esso anche la tanto attesa discussione sulla fusione dei Comuni. Oggi, però, la questione si ripropone ancora con maggiore forza di prima, anche se per il sodalizio presieduto da Nicola Cortese l’argomento in questione non è mai è stato messo da parte. E questo perché vi è stato un significativo calo demografico che coinvolge l’intera regione e, in particolare, il Vibonese. Da qui, dunque, a parere del direttivo dell’associazione, l’urgenza e la necessità di unire gli enti locali per realizzare un unico e grande Comune. Ma perché la fusione? Presto detto: la suddetta unione – secondo gli interessati – «innescherebbe processi virtuosi tra gli enti coinvolti nel progetto di unione, che, se realizzato, porterebbe a risultati positivi in tutti i settori economici-finanziari e burocratici-amministrativi, ponendo così un freno anche all’emorragia demografica, come dimostra l’esempio di Corigliano Rossano. Aggregandosi si formerebbe la terza città della Calabria per dimensioni e, pertanto, si aprirebbero prospettive importanti per la restanza dei nostri giovani, in quanto i flussi economici di una grande città sarebbero diversi e più imponenti di quelli attuali. E poi sarebbe meno difficile poter richiedere con successo l’istituzione di corsi universitari sul territorio, attinenti le sue peculiarità, quali scienze del Turismo, scienze dell’Alimentazione, scienze Culturali, i quali consentirebbero ai ragazzi, una volta formatisi, di poter avviare attività lavorative idonee e utili al progresso socio-economico».

Sarebbe, inoltre, più facile – osservano ancora dalla sede dell’associazione – «ottenere finanziamenti pubblici per avere collegamenti stabili migliori tra le diverse comunità, le quali dovrebbero integrarsi l’un l’altra in un progetto di allargamento e di condivisione verso il futuro. Sarebbe, pertanto, auspicabile che il futuro sindaco di Vibo Valentia prendesse posizione sul problema, indicando tempi e modi di risoluzione in una visione policentrica di città non ancorata al municipalismo sfrenato, ma – chiudono gli interessati – all’idea di una larga compartecipazione ad uno sviluppo armonico di un vasto territorio. Nel frattempo l’associazione continua a riunirsi per pianificare al meglio le idee da trasmettere alla politica quando la stessa vorrà discutere dell’agognato problema». 

Ecco gli enti locali interessati alla fusione 

I comuni interessati alla fusione, secondo l’ipotesi di studio dell’associazione “Progetto Valentia”, dovranno essere: Vibo Valentia (35.000 abitanti); Pizzo (10.000); Mileto (7.000); Jonadi (4.500); Briatico (4.500); Cessaniti (3.500); Sant’Onofrio (3.000 abitanti); San Gregorio d’Ippona (2.500 ab.); Stefanaconi (2.500); San Costantino (2.500); Maierato (2.500); Filandari (2.000); Francica (1.500); Filogaso (1.500 ), per una popolazione complessiva residente di oltre 80.000 abitanti. Le popolazioni del nuovo ente locale – si legge nel report predisposto a suo tempo dal direttivo del sodalizio -, «godrebbero di indubbi vantaggi sotto svariati profili. Per il nostro territorio è l’unica via d’uscita dall’isolamento e dalle condizioni di grave ritardo e sottosviluppo a cui risulta relegato. Non dimentichiamo che dal 2014 in poi è in notevole aumento il fenomeno della fusione tra Comuni, specie nelle aree urbane del centro-nord, con la nascita di nuovi enti locali».

Di recente, viene ricordato, è stata portata a compimento la fusione tra Corigliano Calabro e Rossano nel nuovo Comune di Corigliano-Rossano, 77.000 abitanti, oltre a quello di Casali del Manco Casali (10.000 abitanti), istituito il 5 maggio 2017 dalla legge regionale numero 11 del 2017, a seguito dell’approvazione di un referendum tenutosi il 26 marzo 2017, il quale prevedeva la fusione dei comuni di Casole Bruzio, Pedace, Serra Pedace, Spezzano Piccolo e Trenta. Sebbene nel penultimo comune la consultazione popolare abbia dato esito negativo, è stato deciso comunque l’accorpamento di quest’ultimo al nuovo ente. In Calabria – viene annotato ancora nel report – «sono in corso di valutazione, anche avanzata sul piano amministrativo, le ulteriori seguenti proposte di fusione: ossia tra Crotone, Cutro, Isola di Capo Rizzuto e Strongoli nella Grande Crotone, 95.000 abitanti (mera proposta); tra Cosenza, Rende e Castrolibero per formare il Comune di Cosenza Nuova, 112.000 abitanti (fase avanzata); tra Cardinale, Chiaravalle Centrale e Torre di Ruggiero, 9.000 abitanti (mera proposta)». 

Deficit di urbanizzazione e carenza di servizi 

Per il direttivo del sodalizio «non vi è dubbio che la Calabria ed il Vibonese in particolare siano connotati da un cronico deficit di urbanizzazione. La struttura insediativa dell’area-urbana di Vibo Valentia è ancora oggi dominata da un arcipelago di microcomunità disperse sul territorio, mal collegate tra loro, ma strettamente contigue (Vibo- Jonadi – San Gregorio – Sant’Onofrio – Cessaniti – San Costantino Calabro – Filandari – Stefanaconi – Maierato – Filogaso), sono di fatto un continuum urbanistico che si snoda da nord verso sud della dorsale tirrenica meridionale, fino all’Altopiano del Poro. I pochi aggregati urbani cittadini, in primo luogo le città capoluogo di provincia – è scritto ancora nel testo -, risultano sottodimensionati sotto il profilo demografico (ad eccezione di Reggio Calabria) e della gamma dei servizi di rango superiore. La società regionale è dunque priva di un fattore determinante di accelerazione dei processi di modernizzazione socio-economici, che è rappresentato per l’appunto dalla presenza di un tessuto di città medie e grandi».

A parere dei vertici del sodalizio, quindi, «la polverizzazione della trama urbana non consente di implementare l’offerta di servizi di qualità. D’altro canto, la carenza di tali servizi disincentiva la localizzazione sul territorio vibonese di attività economiche dinamiche ed innovative, nonché l’attrazione di capitale umano qualificato. Si è instaurato pertanto un circolo vizioso, per cui la scarsa crescita quantitativa e qualitativa del sistema urbano deprime le potenzialità di sviluppo economico, il che impedisce, a sua volta, la crescita e l’articolazione delle funzioni urbane. Tuttavia, negli ultimi anni in Calabria, nonostante il quadro di sostanziale stabilità, si nota una lieve tendenza alla concentrazione demografica negli agglomerati urbani più importanti, come in quello attorno alla città di Vibo Valentia che raggiunge con il suo hinterland la popolazione complessiva di poco inferiore agli 80.000 abitanti. Si tratta – si legge sempre nel documento – di un addensamento abitativo e di servizi erogati quasi esclusivamente nel comune corona della città capoluogo (si pensi all’istruzione superiore, ai servizi sanitari, alle attività commerciali in massima parte concentrate nel comune capoluogo). In altri termini, la città di Vibo Valentia ha subito un processo di allargamento del proprio perimetro funzionale, che ha implicato una maggiore interazione ed integrazione con le realtà amministrative immediatamente confinanti, si pensi all’assenza di confine urbanistici, con i comuni di Jonadi, San Gregorio, Stefanaconi, Sant’Onofrio, San Costantino, Pizzo e Cessaniti. Si pensi al fenomeno di “emigrazione” meramente anagrafica delle migliaia di vibonesi verso i comuni di Jonadi e San Gregorio d’Ippona (che negli ultimi venti anni, specie il primo, ha visto l’aumento esponenziale della popolazione residente). Il “Comune Unico di fatto” (il nome effettivo del nuovo ente verrà scelto durante il referendum indetto dalla Regione) dunque addensa una popolazione già apprezzabile sotto il profilo della soglia minima per sfruttare economie di agglomerazione e per offrire gamme di servizi di più alto profilo qualitativo». 

Le potenzialità del Comune Unico: Vibo città cerniera tra Gioia Tauro e Lamezia Terme 

Più importante è, tuttavia, viene sottolineato con forza dai componenti dell’associazione, «la notevole potenzialità attrattiva del Comune Unico nel suo insieme, sia nei confronti di segmenti significativi di popolazione calabrese ed extraregionale, sia soprattutto nei confronti della possibile localizzazione di nuove attività economiche ed imprenditoriali. Già ora, Vibo è una città-cerniera tra due straordinari poli di sviluppo: Lamezia Terme e Gioia Tauro. Lamezia è un grande attrattore commerciale con elevatissime potenzialità di sviluppo legate alla presenza dell’aeroporto internazionale. Gioia Tauro è già il più importante porto di trasbordo di containers del Mediterraneo, ma ancora largamente inesplorate sono le sue potenzialità di porto industriale e commerciale. Il nuovo ente locale, che il Comitato promotore ipotizza con la denominazione solo temporanea di “Valentia” (dal latino Valentia-Forza per rimarcare che l’unione fa la forza anche se di fusione si tratta nello specifico), ha al suo interno un considerevole patrimonio di risorse e competenze che possono essere messe a servizio dello sviluppo di queste due polarità. La nuova città – si fa notare – deve configurarsi, dunque, in un unico Comune che candida il proprio territorio ad essere una vera e propria piattaforma di servizi avanzati ed innovativi a sostegno di uno sviluppo che si svolge lungo l’asse del basso Tirreno, rilanciando le prospettive di crescita derivanti dalla logistica, dal commercio, dalla portualità e dal turismo culturale (si pensi ai poli di Pizzo, Hipponion-Valentia, Briatico-Euriatikon e di Mileto la capitale normanna)».

Lungo questo asse, infine, si collocano diverse e numerose aree ed agglomerati industriali. Insistono su questa direttrice parchi archeologici (Briatico Vecchia, Mileto, Bivona e Vibo Hipponion) ed aree protette (dal Lago Angitola a quella di imminente istituzione della foce del torrente omonimo), «la cui valorizzazione – viene puntualizzato dagli interessati – è naturale risorsa da attivare nella logica di uno sviluppo a rete che faccia sistema, che superi l’idea di una crescita territoriale frammentata e di tipo puntiforme. Il nuovo comune non si potrà fondare sulla sottrazione delle qualità e dei livelli dei servizi che autonomamente offrono le attuali singole municipalità. Il progetto di unificazione dovrà essere opportunità per esaltare le componenti di decentramento ed autogoverno dei diversi siti territoriali, identificati secondo criteri di omogeneità ed identità storiche, sociali e culturali. Non v’è dubbio che vi sia, nel caso che ci occupa, un numero sufficiente di Comuni appartenenti ad un ambito territoriale funzionalmente e storicamente omogeneo al fine di conseguire significative economie di scala e di potersi proporre come ambito territoriale adeguato alla gestione delle ex-funzioni delle province e delle funzioni delegate dalla Regione, oltre che come ambito di programmazione dello sviluppo locale nel quadro della programmazione regionale». 

Cosa si guadagna ancora dalla fusione 

I vantaggi derivanti dalla fusione dei Comuni possono essere di tipo economico-finanziario e burocratico-amministrativo. Per quanto riguarda i primi, – spiegano in merito i vertici del sodalizio nel loro report – «la creazione del nuovo ente in luogo dell’estinzione dei comuni esistenti prevede cospicui contributi statali e regionali per un lungo periodo. Nella fattispecie gli incentivi nazionali prevedono l’erogazione del 40% dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010 per 10 anni (la quota era 20% fino al 2015), con un tetto a 2 milioni di euro per ogni ente interessato (prima era 1,5 milioni), ma comunque nei limiti degli stanziamenti finanziari previsti annualmente. Per fare un esempio: un nuovo Comune di poco più di 12mila abitanti per il 2016 ha ottenuto 1 milione e 300mila euro. Gli incentivi regionali prevedono l’erogazione di 250mila euro per ente per 5 anni (con una soglia a 1 milione), incrementabili in presenza di alcune caratteristiche. Ad esempio – si legge nel documento – per le fusioni successive al giugno 2015, i contributi sono incrementati del 30% se la popolazione del nuovo Comune supera i 10mila abitanti o la fusione ha interessato almeno 3 Comuni, di cui almeno 1 obbligato; incrementati del 60% se la popolazione del nuovo Comune supera i 15mila abitanti; raddoppiati se la fusione coinvolge tutto l’ambito territoriale adeguato. A partire dalle fusioni successive al giugno 2016, invece, i contributi sono dimezzati se il nuovo Comune non supera la popolazione necessaria per l’esonero dall’esercizio associato di funzioni fondamentali. E ancora: possono, inoltre, essere previsti altri vantaggi per il nuovo Comune, quali deroghe nazionali ai limiti sulle assunzioni (decreto legge 113/2016 “Enti Locali”), e premialità nei bandi regionali, a partire da quelli che veicolano le risorse dell’Unione europea».

I vantaggi di tipo burocratico-amministrativo riguardano, invece, «l’opportunità di riorganizzare i servizi e specializzare il personale. Possibilità di potenziare i servizi ai cittadini decentrati presso i Municipi. Infatti, allo scopo di preservare e valorizzare l’identità storica delle comunità locali originarie e di realizzare il decentramento di funzioni è, inoltre, possibile l’istituzione di Municipi, che possono prevedere propri organi elettivi o funzionare – questa la conclusione – solo da punto di erogazione dei servizi». 

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