Riceviamo e pubblichiamo un intervento dell’architetto di Vibo Valentia Cesella Gelanzè.
Nell’ultimo colloquio tra Savonarola e Lorenzo dei Medici, il Magnifico cerca di spiegare all’incendiario di opere d’arte, libri e strumenti musicali, finito egli stesso alla fine su un falò, come il cuore dell’uomo desideri la bellezza quanto desideri Dio e dunque separarli fosse in sostanza una menzogna. Non siamo ora noi nel ‘400, il Rinascimento è passato da un pezzo, altre correnti di pensiero e artistiche hanno occupato nei secoli le pagine dei libri, le città, i musei e la nostra vita.
Il desiderio di bellezza riemerge comunque, sempre. Non privilegiamo dunque il “moderno” come gusto artistico cui far riferimento e non nominiamo in vano Picasso e la Guernica e la contemporaneità dell’arte. Il “moderno” non è più contemporaneo, acqua passata assieme ai suoi grandi. Picasso nella “Guernica” ha espresso, con la forza di una tecnica fino ad allora sconosciuta che è la scomposizione degli oggetti offrendone la visione da più punti di vista contemporaneamente sullo stesso piano, una tragedia umana immane dai colori tristi come il contenuto della storia narrata.
Riguardo alla contemporaneità dell’arte, conoscete un’opera d’arte che non sia contemporanea al periodo nel quale ha preso vita? Dunque, non sono tali concetti e paragoni che possano indurre alla qualifica di un’opera se sia artistica o un suo surrogato. E nemmeno penso si pretenda un Michelangelo Buonarroti in Piazza, soprattutto se la piazza è in una piccola città che con grande orgoglio, potrebbe invece aspirare alla scultura realizzata da uno dei suoi figli con la potenza espressiva dei caratteri della cultura a cui appartiene.
Certo è, che della bellezza nessuno può fare a meno. E non ha valore che la bruttezza possa anch’essa attirare secondo il giudizio estetico che ciascuno ha il diritto di esercitare.
“Gli uomini non lo sanno, ma la nostalgia che sentono di fronte la bellezza è nostalgia del paradiso” dice Daniele Mencarelli. Il paradiso di cui godiamo ancora a sprazzi, nella natura incontaminata, nei tramonti incendiari, nell’alba che riporta al colore della lavanda e dei gelsomini, nelle opere che l’artista ha creato quando non doveva meravigliare, ma incantare… dobbiamo smetterla di continuare a distruggerlo. Il colore ci appartiene, come appartiene alla natura che non si stanca mai di esibirsi nelle infinite espressioni che ci circondano. Il bianco, il nero, il grigio….contro i milioni di sfumature dei colori esistenti. Senza soluzione di continuità tra quello che è il passato anche più recente e il presente.
Tra citazioni storiche e nuove presenze, è la stessa natura a offrirci la tavolozza con cui interagire. La pietra, il legno, anche il metallo, sono essi stessi portatori del messaggio di possibile sana convivenza con ambienti straordinari carichi di storia e valore artistico come i centri storici e i centri antichi.
Ogni cosa nel posto giusto al momento opportuno. Ogni fantasia interpretativa, forse alla ricerca del diverso e del nuovo ad ogni costo, non sempre converge col risultato che ci fa star bene tutti e che ha un solo nome: bellezza. Le piazze di Vibo Valentia recentemente rifatte nella nostra città, sono di disturbo anche alla funzionalità che ogni piazza deve assolvere.
Se ne è parlato e scritto in abbondanza. E a proposito della proposta che ho letto sulla stampa, circa la volontà di destinare Corso Vittorio Emanuele esclusivamente a ombrelloni e gazebos per eventuali punti di ritrovo su strada, stride irrimediabilmente con il concetto di un corso per pedoni che si volessero intrattenere in compagnia e che con la loro presenza smuoverebbero l’economia, stimolando l’apertura di attività commerciali in loco, ora fantasmi di quel che fu. Naturalmente, secondo un piano in cui la funzione fosse accolta in strutture piacevoli, accattivanti e secondo un unico disegno di progetto.
La immaginiamo la via cittadina principale della città che dal bastione si dilunga in pendenza verso la Piazza che ci auguriamo qualcuno restituisca alle sue funzioni originarie di spontanea aggregazione, puntellata di eleganti dehors che anche nelle stagioni fredde accolgano chi ha voglia di trascorrere fuori casa un pò del suo tempo in compagnia? Interrompiamo la desertificazione, ritroviamo la bellezza, non è difficile. Per esempio, la composizione di un artista come Antonyo Marest, in un contesto in cui è la natura vera protagonista, è stata una scelta indovinata nella nostra città.
Contemporanea? Ovviamente, si. Desiderio di rompere col tutto grigio e noioso e utilizzando anche “citazioni storiche“, con misura e fantasia, la bellezza ridiventa la protagonista, senza vergogna e risparmio di libertà creativa. “Il meno è più” quando non “diventa una noia“….


























