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Arresto di Maduro. Karla, venezuelana che ha scelto la Calabria: «Qui ho trovato la mia libertà»

La giovane residente nel comprensorio di Ricadi: «Quello che è accaduto in Venezuela è per noi una finestra di speranza, incerta perché non abbiamo le garanzie che qualcosa cambierà»

Di Pasquale Scordamaglia
14 Gennaio 2026
In SOCIETÀ
Arresto di Maduro. Karla, venezuelana che ha scelto la Calabria
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Un’esistenza che ha ritrovato la sua liberta, ma che non perde la voglia di riscatto per la sua terra. Stiamo parlando della storia di Karla, cittadina venezuelana che vive già da non pochi anni nel territorio di Ricadi, insieme alla mamma Sonia, al marito e ai figli. Dando piena voce al suo popolo, Karla ha manifestato il suo autentico legame con la Calabria, regione in cui ha trovato la sua libertà. La stessa libertà che, dopo la recente cattura di Nicolas Maduro, ad opera delle truppe americane, resta ancora lontana per lo stato sudamericano del Venezuela, seppur aprendo nuovi sentieri di speranza.

Le parole di questa figlia del Venezuela, vanno ben oltre gli interessi economici e geopolitici; descrivono fedelmente tanti diritti umani calpestati e, in particolare, quel bisogno di costruire una storia diversa. Un’intervista, questa, in cui non è racchiusa solo una bellissima storia di integrazione, ma un appello di speranza per l’intero popolo venezuelano.

Cosa vi ha spinto a scegliere la Calabria come luogo dove vivere e trovare lavoro?

«Abbiamo scelto la Calabria perché nel Comune di Ricadi abitano dei nostri parenti e anche perché siamo stati subito colpiti dalla bellezza dei luoghi e del mare. La cosa più importante, però, è aver ottenuto la pace e la libertà, la tranquillità di andare al mare o in qualsiasi altro posto senza paura. Per noi questo vale tantissimo».

Cosa vi ha stimolato maggiormente a lasciare la vostra terra?

«Io e la mia famiglia siamo andati via dalla nostra terra per avere tutte le liberta che ci hanno tolto, per avere la libertà di uscire, senza avere la paura che qualcuno ti aggredisca con una pistola e ti porta via tutto quello che hai con te. Dall’esterno tante persone non possono capire a pieno quello che si vive in Venezuela. Potreste mai immaginare di fare una fila di quattro giorni per riempire di benzina la macchina? Potete mai immaginare di arrivare in un ospedale e dover portare da casa la tachipirina o l’ago con cui ti fanno un’iniezione? Potete mai pensare di avere una paura pazzesca quando, passando davanti ad un posto di blocco, ti va a fermare un’autorità? Noi abbiamo vissuto tutto questo. È il momento di dirlo, almeno noi che viviamo fuori dalla nostra terra e possiamo farlo».

A seguito dell’arresto del presidente Maduro, dal tuo punto di vista, quali prospettive si potrebbero creare per il popolo venezuelano?

«La nostra prima reazione è stata di felicità. Possiamo dire che sarebbe un controsenso perché va contro la logica pensare che, un popolo bombardato, possa essere felice. Bisogna chiedersi, però, perché il nostro popolo è felice. Quello che è accaduto in Venezuela è per noi una finestra di speranza, incerta perché non abbiamo le garanzie che qualcosa cambierà. Comunque, aver colpito chi stava a capo di questa organizzazione, che ha fatto solamente del male a tutti noi venezuelani, apre la speranza».

Per quanto riguarda i bambini venezuelani, in che situazione vivono ancora oggi?

«Parlando dei bambini della mia terra, posso dire che ci sono tanti ostacoli che sono un freno alla loro formazione. Un maestro guadagna tre dollari al mese. Quindi, maestri non ce ne sono tanti. Le infrastrutture scolastiche stanno cadendo in testa ai nostri bambini, non ci sono nemmeno le cose essenziali per farli studiare. Le famiglie poi spesso non hanno da mangiare e, di conseguenza, non hanno la possibilità di mandare i figli a scuola. Va fatta una riflessione; un bambino che cresce vedendo che un insegnante guadagna 3, 4 dollari al mese, come può avere l’aspirazione di studiare, di avere la voglia di andare a scuola e di imparare una professione. Come può farlo se non è stimolato, se la meritocrazia nel nostro paese è svanita. Io sono avvocato, mia mamma commercialista, mio marito ingegnere, siamo tre professionisti laureati e siamo fuggiti dal nostro paese perché lì con il nostro lavoro non si può vivere».

In questi giorni siete riusciti a sentire alcune persone che vivono in Venezuela?

«Si e qui entra in gioco un altro step della dittatura. Infatti, fino al 3 e il 4 gennaio, siamo riusciti a comunicare con i nostri parenti che vivono in Venezuela, in modo da accertarci su come stavano. Dal 5 gennaio, invece, è scattata la censura su tutti i venezuelani e su tutti i mezzi di comunicazione, ma è una cosa abituale in Venezuela e che è rivolta soprattutto a chi la pensa in modo diverso. È uscito un decreto, emanato dalla nuova presidentessa Delcy Rodríguez. In pratica, qualsiasi venezuelano che parli di quello che accade realmente in Venezuela o che condivide contenuti con qualsiasi mezzo social, viene fermato per strada e gli viene preso il telefono ed è previsto anche l’arresto. Tra l’altro, nel mio paese, un arresto del genere non significa solo che ti portano in carcere, ma prevede che ti mettono in un luogo chiuso, senza acqua, senza cibo e con una tortura di 24 ore al giorno. Un incubo».

Quali sono le risorse non valorizzate dell’intero territorio venezuelano?

«Siamo ricchi di petrolio, diamanti, ferro, bauxite, smeraldi ed oro. Paradossalmente, siamo un popolo che al 90% vive in condizioni di povertà. Tutte queste risorse vanno a vantaggio di pochissimi. Vi posso dire che siamo vittime di un’inflazione del 1.000 – 1.500% all’anno. Vi posso raccontare di un mio nonno che in questo momento ha bisogno di medicine per il cuore. Un mese fa li ha comprati a 40 dollari e quindici giorni dopo a 60 dollari, fino ad arrivare ad 80 dollari. Vi posso raccontare che io sono stata derubata per ben due volte e a mano armata. Questo succede perché non ci sono opportunità reali di lavoro».

Che ricordi hai delle proteste dei giovani venezuelani del 2014?

«Ricordo tristemente che, nel 2014, dei ragazzi venezuelani sono usciti a fare in strada delle manifestazioni pacifiche. Oltre a ad ucciderli per strada, le forze armate venezuelane, hanno iniziato a cercali anche nelle loro case, nelle loro università, ad aggredirli mentre erano nei bar o nei locali. A livello esterno se ne parlava pochissimo di quello che succedeva nella nostra terra. Comunque, non è che non si è denunciato perché la stessa María Corina Machado (Ex deputata dell’Assemblea nazionale del Venezuela) ha fatto una denuncia, altre persone hanno denunciato. In quel momento il mondo non ha voluto ascoltare il nostro grido di aiuto. Basta vedere la lista dei ragazzi morti in protesta nell’anno 2017 e vengono i brividi. Già l’ex presidente Ugo Chavez ha iniziato a censuare i mezzi di comunicazione, partendo da Rc Tv (Radio Caracas Televisión). Ad oggi ci sono 415 mezzi di comunicazione chiusi».

Tags: KarlaMaduro
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