Nel cuore selvaggio delle Serre calabresi, tra boschi secolari e ruscelli cristallini, riposa il fantasma del più grande polo industriale dell’Italia preunitaria. Una saga di uomini, fuoco e fumo che per secoli ha fatto battere il cuore metallico del Sud. C’è un silenzio solenne, oggi, nella piana di Mongiana. I raggi del sole filtrano attraverso le chiome dei faggi e degli abeti, accarezzando antiche mura in pietra, imponenti archi e cospicui ruderi che sembrano emergere da un passato leggendario.

Eppure, se si chiudono gli occhi e si ascolta con attenzione, si può ancora sentire l’eco dei magli, il sibilo del vapore e il ruggito dei forni fusori che illuminavano la notte. Qui, nel cuore della Calabria, è battuta la storia del metallo italiano: un’epopea straordinaria iniziata ai tempi dei Fenici, proseguita nelle miniere di Pezzano e culminata nell’eccellenza industriale del Regno delle Due Sicilie.
Le origini: l’industria “itinerante” all’inseguimento dei boschi
Prima di diventare il colosso tecnologico dell’Ottocento, la siderurgia calabrese era un’industria nomade, quasi leggendaria. Le antiche popolazioni e poi i maestri fonditori cavavano dalla terra ferro, rame, piombo e argento. Ma c’era un elemento senza il quale il metallo non avrebbe mai potuto scorrere incandescente: il carbone vegetale.

Non conoscendo ancora le tecniche del taglio a salto e dei cicli di riforestazione, le antiche “ferriere del Bosco del Demanio di Stilo” divoravano i boschi circostanti per alimentare i propri forni. Consumata la legna di una valle, l’opificio abbandonava le sue strutture per ricostruirsi un po’ più in là, in un ciclo continuo di rigenerazione. Fu nel 1771, dopo la distruzione del bosco di Stilo, che i forni giunsero lungo le sponde di un ruscello gorgogliante, il Mongiana. Lì si fermarono. Con le prime leggi borboniche sulla tutela forestale, l’industria perse la sua natura nomadica: nacque così il paese di Mongiana e, con esso, la più moderna fonderia d’Italia.

Un’eccellenza contesa da Re, Generali e Illuministi
Dalla fine del Settecento al 1860, Mongiana fu il centro nevralgico della tecnologia siderurgica del Mezzogiorno, nel quale furono fabbricati fucili di alta qualità, le rotaie della Napoli-Portici e il primo ponte sospeso in ferro d’Italia. Diretta con visione da brillanti tecnici illuministi, la struttura superò prove durissime e sconvolgimenti epocali come terremoti e alluvioni. Il devastante sisma del 1783 e le piene a metà dell’Ottocento spazzarono via l’impianto originale. Ma la determinazione fu più forte della natura, infatti tra il 1851 e il 1856, sotto la guida dell’ingegnere D.F. Savino, la ferriera venne ricostruita e ampliata, assumendo l’imponente veste monumentale che conosciamo oggi.

Tifoni di guerra e rivoluzione
Mongiana visse il passaggio delle bande sanfediste del Cardinale Ruffo, la dominazione napoleonica, il ritorno dei Borbone e i moti liberali del 1848. Ognuno ne riconobbe l’importanza strategica, investendo in innovazione tecnologica per mantenere il complesso al passo con i colossi dell’Europa industriale.

La caduta del Regno delle Due Sicilie nel 1860 rappresentò lo spartiacque per Mongiana. Quando le truppe garibaldine e il nuovo stato piemontese arrivarono nel borgo, le maestranze non restarono a guardare. Gli operai delle Ferriere inscenarono un’eroica e disperata sommossa contro il nuovo governo: assaltarono la sede della Guardia Nazionale, calpestarono il tricolore e, al suono di una tromba sequestrata al capomulattiere, chiamarono a raccolta l’intero paese.
La popolazione si riversò nelle strade inalberando la bandiera bianca con i gigli borbonici, infranse lo stemma sabaudo e portò in processione la statua di Francesco II. Il colonnello garibaldino Massimino rimase fortemente impressionato dal coraggio indomito delle donne del borgo, scese in prima linea per difendere il lavoro e la dignità del proprio territorio.

Il tramonto e la rinascita della Memoria
Con l’Unità d’Italia iniziò il progressivo smantellamento del polo siderurgico meridionale di Mongiana a tutto favore delle nascenti industrie del Nord. Nel 1875 la ferriera venne acquistata dal senatore ex garibaldino Achille Fezzari che, dopo averne prosciugato le ultime risorse, chiuse definitivamente i battenti nel 1881.
Calava così il sipario sul primo e più grande polo siderurgico della penisola, che avrebbe anticipato di vent’anni il colosso dell’Ilva. La storia di Mongiana non è solo la cronaca di una fabbrica, ma il racconto di una Calabria ricca, fertile, ingegnosa e orgogliosa, capace di guidare l’innovazione tecnologica d’Europa.
Ma perché visitare Mongiana oggi?
Oggi il borgo di Mongiana è un gioiello incastonato in un paesaggio di rara bellezza. Una visita a questo luogo offre un’esperienza unica tra natura e storia. Da non perdere il Museo Fabbrica d’Armi (MuFar) che ospita reperti preziosi salvati nel tempo da appassionati collezionisti locali, testimonianza dell’eccellenza bellica e civile raggiunta dal complesso metallurgico; Il Parco Archeo-Industriale che offre un percorso suggestivo tra i ruderi restaurati della Fonderia, le ex officine e i corsi d’acqua Ninfo e Allaro; La Natura delle Serre con boschi lussureggianti, aria pura e sentieri incantevoli ideali per chi cerca una vacanza all’insegna della cultura e del relax.
Mongiana ci ricorda chi siamo stati e dimostra che il futuro della Calabria affonda le radici in un passato glorioso, pronto per essere riscoperto e raccontato al mondo con orgoglio e amore infinito.





















