C’è un momento, nella storia politica di un territorio, in cui le decisioni non sono più semplici atti amministrativi ma diventano veri e propri simboli. Non solo di ciò che si fa, ma di ciò che si è disposti ad accettare. Per la Calabria, quel momento sembra coincidere con il voto espresso il 2 aprile alla Conferenza Stato-Regioni, quando il presidente Roberto Occhiuto ha dato il via libera alle pre-intese sull’autonomia differenziata in materia sanitaria.
Una scelta che non può essere archiviata semplicisticamente come tecnica o inevitabile. È una scelta politica, chiara, piena, consapevole, e per questo profondamente discutibile. Non solo per ciò che rappresenta oggi, ma per ciò che rischia di produrre domani.
Per mesi, il dibattito pubblico è stato accompagnato da un lessico prudente. Si è parlato di “garanzie necessarie”, di “Livelli essenziali delle prestazioni” da assicurare prima di qualsiasi trasferimento di competenze, di un equilibrio da preservare per evitare che l’autonomia si trasformasse in una frattura. Era una linea che sembrava riconoscere un dato evidente: l’Italia non parte da condizioni uniformi. E che proprio per questo, qualsiasi accelerazione avrebbe dovuto essere preceduta da un riequilibrio reale.
Quelle parole, oggi, suonano come un’eco svuotata. Perché il passaggio decisivo non è avvenuto nei comunicati, né nelle interviste, ma in quella sede istituzionale dove le dichiarazioni si trasformano in atti: la Conferenza Stato-Regioni. È lì che si misura la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Ed è lì che la prudenza si è trasformata in assenso, la cautela in adesione, la richiesta di tempo in un via libera che ha il sapore di una resa.
Il nodo centrale è semplice, ma spesso eluso: l’autonomia differenziata, senza un sistema solido di garanzie, rischia di istituzionalizzare le disuguaglianze. Non di ridurle, non di gestirle, ma di renderle strutturali. E quando si parla di sanità, questo rischio assume un peso ancora più grave.
Perché il diritto alla salute non è una variabile economica, ma un principio costituzionale. Eppure, nella prospettiva di un regionalismo spinto, diventa inevitabilmente legato alla capacità fiscale dei territori, alla loro forza amministrativa, alla loro infrastrutturazione. In altre parole: alla loro ricchezza.
È qui che si apre la frattura più pericolosa. Un Paese in cui le regioni più forti possono investire di più, trattenere più risorse, attrarre competenze e migliorare i servizi, mentre quelle più deboli restano indietro, intrappolate in un circolo vizioso fatto di carenze, migrazione sanitaria e perdita di capitale umano.
La Calabria conosce già questo meccanismo. Lo vive da anni. Ospedali sotto pressione, personale insufficiente, reparti che chiudono o funzionano a regime ridotto, cittadini costretti a spostarsi per curarsi. È una realtà che non ha bisogno di essere evocata: è quotidianità. In questo contesto, immaginare un’autonomia differenziata senza aver prima colmato i divari significa non solo accettare questa condizione, ma consolidarla. Significa trasformare una difficoltà in destino.
Ed è per questo che il sì espresso da Occhiuto appare non solo come una scelta discutibile, ma come una rottura. Una rottura con un impegno implicito: quello di difendere un territorio fragile da dinamiche che rischiano di indebolirlo ulteriormente. Una rottura con l’idea stessa di rappresentanza, che dovrebbe tradursi nella capacità di negoziare, resistere, porre condizioni.
Invece, la sensazione è quella di un allineamento. Di una scelta che guarda più agli equilibri della maggioranza nazionale che alle esigenze concrete della Calabria. Un adeguamento politico che rischia di avere conseguenze sociali profonde. Perché quando le istituzioni arretrano, il peso ricade sui cittadini. È in questo passaggio che la decisione assume i contorni di un tradimento percepito. Non tanto – o non solo – verso una linea politica, ma verso un territorio e i suoi cittadini. Perché quando si governa una regione come la Calabria, ogni scelta dovrebbe avere come bussola la riduzione delle disuguaglianze, non la loro cristallizzazione.
Una scelta politica sbagliata, dunque, pericolosa, che ricade sulle famiglie calabresi, le quali dovranno affrontare costi maggiori per curarsi altrove. Sui giovani medici che continueranno a partire, attratti da sistemi più efficienti. Sui territori interni, già marginalizzati, che vedranno ridursi ulteriormente i servizi. Ricade su una comunità che rischia di sentirsi sempre più distante dallo Stato, sempre meno tutelata, sempre più sola.
È questo il vero punto: l’autonomia differenziata, senza correttivi forti, non è solo una riforma istituzionale. È un dispositivo che ridefinisce i diritti, che riorganizza le opportunità, che stabilisce – di fatto – chi può contare su cosa.
E allora la domanda non è più tecnica, ma politica nel senso più alto del termine: quale idea di Paese si vuole costruire? Quale Calabria? Un Paese che accetta la competizione tra territori come criterio regolatore, o un Paese che riconosce le proprie disuguaglianze e prova a ridurle? Il voto del 2 aprile sembra indicare una direzione precisa. E per la Calabria, quella direzione appare carica di incognite. Non si tratta di negare in assoluto il principio dell’autonomia. Si tratta di interrogarsi sulle condizioni in cui essa viene applicata. Senza un sistema di garanzie reale, senza un finanziamento adeguato dei Livelli essenziali delle prestazioni, senza un piano serio di riequilibrio, l’autonomia rischia di diventare una scorciatoia per i più forti e una trappola per i più deboli.
In questo scenario, il via libera dato da Occhiuto assume un significato che va oltre il singolo atto. Diventa il simbolo di una scelta di campo. E oggi, per molti cittadini calabresi, quella scelta appare distante, incomprensibile, persino ingiusta. Perché ci sono decisioni che non si limitano a governare il presente, ma tracciano linee difficili da cancellare. E quella tracciata il 2 aprile rischia di essere una linea di separazione. Tra chi può e chi non può. Tra chi ha accesso e chi deve arrangiarsi. Tra un’Italia che accelera e un’altra che resta ferma. La politica dovrebbe servire a colmare queste distanze. Non a renderle definitive.

























