C’è qualcosa di profondamente contraddittorio, quasi enigmatico, nel panorama politico calabrese degli ultimi anni. Un fenomeno che merita di essere osservato senza pregiudizi, ma anche senza indulgenze. La notizia secondo cui la Calabria sarebbe tra le regioni con il maggior numero di adesioni al movimento “Futuro Nazionale”, promosso dal generale Roberto Vannacci, non rappresenta infatti un episodio isolato. Si inserisce in una traiettoria più lunga e più complessa, che in passato aveva già visto una significativa affermazione della Lega in territori che, per storia, cultura e interessi materiali, avrebbero avuto più di una ragione per guardare con sospetto a quella formazione politica.
La domanda è inevitabile: perché una terra che ha conosciuto sulla propria pelle il peso della discriminazione, dell’emarginazione e dell’emigrazione finisce spesso per identificarsi con movimenti che fanno della contrapposizione identitaria, della chiusura e della retorica dell’esclusione alcuni dei loro elementi caratterizzanti?
La Calabria è stata per oltre un secolo una terra di partenze. Milioni di calabresi hanno attraversato oceani e frontiere in cerca di lavoro, dignità e futuro. Sono stati emigranti in America, in Germania, in Svizzera, in Belgio, in Australia. Hanno vissuto il pregiudizio, l’umiliazione e, talvolta, il razzismo. Sono stati considerati stranieri, indesiderati, diversi. Hanno imparato sulla propria pelle cosa significhi essere guardati con sospetto solo perché si proviene da una terra povera.
Allo stesso tempo, la Calabria ha sviluppato una cultura dell’accoglienza che affonda le sue radici nella storia mediterranea. Le sue coste hanno visto arrivare popoli diversi, culture diverse, lingue diverse. Il mare non è mai stato soltanto un confine, ma un ponte. Eppure oggi una parte consistente dell’opinione pubblica sembra attratta da narrazioni politiche che fanno leva soprattutto sulla paura, sulla contrapposizione e sull’idea che i problemi complessi possano essere risolti individuando un nemico. Come spiegare questo apparente cortocircuito?
La risposta non può essere liquidata con il semplice termine “incoerenza”. Sarebbe troppo facile e forse ingiusto. Occorre invece interrogarsi sulle profonde trasformazioni sociali che hanno attraversato la Calabria negli ultimi decenni.
La regione vive una crisi demografica drammatica. I giovani continuano a partire. I paesi si svuotano. Le opportunità economiche restano limitate. I servizi pubblici mostrano spesso fragilità evidenti. In un contesto del genere cresce inevitabilmente la sfiducia verso le istituzioni tradizionali e verso le classi dirigenti locali, percepite come incapaci di invertire il declino.
Quando una comunità perde fiducia nel futuro, tende ad affidarsi a chi promette risposte semplici e immediate, tipiche del populismo. È una dinamica che attraversa tutta l’Europa e gran parte dell’Occidente. La politica identitaria prospera soprattutto dove esistono insicurezza e disorientamento. Non offre necessariamente soluzioni concrete, ma fornisce qualcosa che in tempi di crisi appare ugualmente prezioso: un racconto. Un nemico da individuare. Una rabbia da indirizzare. Un’appartenenza da rivendicare.
Tuttavia questa spiegazione sociologica non esaurisce il problema. Esiste infatti un elemento più profondo che riguarda la memoria collettiva. La Calabria sembra spesso soffrire di una sorta di amnesia politica. Dimentica troppo facilmente la propria storia. Dimentica le offese ricevute. Dimentica le discriminazioni subite.
La parabola della Lega è esemplare. Per anni il Sud è stato descritto da esponenti di quel movimento come un peso, un freno, un problema. Intere generazioni di meridionali hanno ascoltato slogan offensivi e caricature degradanti. Eppure, a un certo punto, una parte significativa dell’elettorato meridionale ha deciso di premiare proprio quella forza politica.
Non si tratta soltanto di trasformismo politico. È qualcosa di più sottile. È la tendenza, tipicamente delle comunità fragili, a cercare riconoscimento presso coloro che per lungo tempo hanno negato quel riconoscimento. Come se l’approvazione dell’antico accusatore diventasse una forma di riscatto.
È un meccanismo psicologico che può assumere tratti quasi paradossali. Si finisce per identificarsi con chi rappresenta la forza, anche quando quella forza ha storicamente operato contro i propri interessi.
In questo senso si potrebbe parlare di una forma di masochismo politico collettivo. Un’espressione forte, certamente, ma che coglie almeno una parte del fenomeno. La Calabria spesso vota contro se stessa. Contro le proprie esigenze infrastrutturali. Contro la necessità di politiche di riequilibrio territoriale. Contro una visione solidale dello sviluppo nazionale.
Naturalmente non tutti coloro che aderiscono a queste formazioni condividono posizioni radicali o ostili all’accoglienza. Molti lo fanno per protesta, per delusione, per ricerca di alternative, per opportunismo politico. Sarebbe sbagliato ridurre tutto a una caricatura.
Ma resta il fatto che emerge una distanza significativa tra la memoria storica della Calabria e alcune delle sue attuali scelte politiche. Forse il vero problema non è Vannacci. Non era la Lega ieri e non sarà il prossimo leader domani. Il problema è la fragilità culturale di una società che fatica a trasformare la propria esperienza storica in coscienza politica. Una società che spesso dimentica ciò che è stata e quindi fatica a comprendere ciò che potrebbe diventare.
La Calabria possiede una straordinaria tradizione di solidarietà, di convivenza e di umanità. È la terra dei migranti e degli emigranti. La terra delle partenze e dei ritorni. Una terra che dovrebbe riconoscere negli ultimi, negli esclusi e negli stranieri una parte della propria storia. Quando questa consapevolezza si indebolisce, la politica dell’identità finisce per sostituire la politica della memoria.
Ed è proprio qui che si gioca la sfida più importante. Non tra destra e sinistra. Non tra un leader e un altro. Ma tra il ricordo e l’oblio. Perché un popolo che dimentica la propria storia, rischia inevitabilmente di scegliere strade che lo allontanano da se stesso.
























