Tropea è un vociare indistinto, un guazzabuglio di parole in una atmosfera che, nel prologo dell’estate, è lieta, euforica. L’attenzione del passante cade sempre sui portali, sulle chiese e persino sulle finestre. D’altronde, qualsiasi luogo si voglia osservare, non si può prescindere dai dettagli abitativi, architettonici.
Tropea possiede una sostanza urbana unica: case e palazzi si intersecano, come punti di una stessa maglia, fili di una matassa. Un signore tropeano, Salvatore, estremamente gentile, il quale ha aperto la chiesa di San Giuseppe affinché la visitassimo, ci ha raccontato con spontaneità: «Qui a Tropea ci siamo sempre identificati con le chiese. Io, per esempio, sono nato e cresciuto qui a San Giuseppe, e nel presentarmi dirò che sono di San Giuseppe, lo stesso vale per gli altri quartieri: ci sono quelli del Carmine, del Gesù». Un racconto sociologicamente interessante: i quartieri del centro di Tropea sono larghi, vicoli e viuzze, nelle quali sorgono chiese di pregio. È un borgo che ha mantenuto la sua essenza, rendendola pubblica, internazionale, senza mascherarla.

La chiesa di Santa Caterina
Scendendo da corso Vittorio Emanuele, di fronte a largo Mercato, tra eleganti tavolini sotto gli alberi e i palazzi che da più parti fanno angolo, spicca la chiesa di Santa Caterina, un tempo parrocchia, oggi chiusa al pubblico. Insieme a San Giuseppe, che si trova a pochissimi passi, costituivano, prima del terremoto del 1783, la chiesa e il convento di San Domenico. L’abbiamo visitata con il permesso del sacerdote, don Antonio Mazzeo, insieme a una imprenditrice del luogo, che lì, in quella chiesa è cresciuta, Romania Marchese. Esternamente la chiesa ha uno stile sobrio, essenziale, che mantiene anche all’interno.

Gli interni
Decisamente interessante è l’ingresso. Sorge nell’area occupata, secoli fa, dalla chiesa di San Domenico. In “Tropea il rilievo della città” di Giuseppe Lonetti, edito da Laruffa, che ci ha fornito il professor Luciano Meligrana, si legge: «Appartenuta ai padri carmelitani (…) Ricostruita – dopo il sisma del 1783, prima era la chiesa di San Domenico – seguendo in parte il progetto del Sintes, che ne aveva scandito l’interno con paraste di ordine gigante, in cinque campate di diversa ampiezza, tre delle quali sormontate da finestre. La chiesa, sopraelevata rispetto al corso, ha accesso all’interno, articolato a navata unica con volta a botte, mediante una piccola rampa. Sviluppa lungo i lati quattro altari con tele raffiguranti la martire, San Francesco e San Domenico». Ci hanno raccontato dei tanti matrimoni, della quotidianità parrocchiale, per una chiesa che si affaccia su un angolo brulicante di mondo, dove si possono captare lingue diverse.

La chiesa di San Giuseppe
Dietro Santa Caterina, di fronte a un palazzo nobiliare, si trova la chiesa di San Giuseppe, la quale possiede, sia esternamente che internamente, una architettura atipica, originale. È a navata unica e l’occhio si posa immediatamente sui capolavori in legno: è stata, infatti, costruita per la confraternita dei falegnami. Occupa il restante spazio che ospitava prima del terremoto la chiesa e il convento di San Domenico. In “Tropea il rilievo della città” si legge a proposito: «Mantiene una altezza inferiore a Santa Caterina. Conserva al suo interno tele del Grimaldi, pittore tropeano del settecento; un altare con ai lati sedute lignee e un organo a quattordici canne del XIX secolo».

Sul retro si scorge un edificio antico e poco ritoccato, soprattutto al piano terra; si tratta, probabilmente, dei resti dell’ex convento: «Alla soppressione della Cassa Sacra, nel 1796 l’immobile fu acquistato dalla famiglia Adesi». Un angolo pieno di tesori, che racchiude autentici pezzi di storia moderna.
























