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Home TERRITORIO

Fusione tra il Comune di Vibo e altri enti, l’associazione Progetto Valentia incontra Romeo: «È disponibile. Siamo fiduciosi»

L’ipotesi di studio prevede l’unione tra 14 Comuni. Iter più semplice: la Regione cancella dal processo i consigli comunali

Di F. M.
24 Agosto 2024
In TERRITORIO
Centro storico di Vibo Valentia

Veduta del centro storico di Vibo Valentia

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Il presidente Nicola Cortese

«La fusione dei Comuni è indicata in letteratura come la migliore soluzione per superare il problema del sottodimensionamento dei governi locali, per accrescere l’efficienza e l’efficacia nella gestione delle funzioni assegnate, per riportare alla scala territoriale adeguata la programmazione dello sviluppo. È ovviamente più indicata per gli enti di piccola o media dimensione, in cui è maggiormente necessario il salto di scala». Parola di Nicola Cortese, presidente dell’associazione Progetto Valentia, sodalizio che ha fatto dell’idea di fusione tra il Comune di Vibo Valentia e altri enti locali del Vibonese il suo vero cavallo di battaglia. Di recente, peraltro, l’associazione ha avuto un «proficuo» confronto con il sindaco di Vibo Valentia Enzo Romeo che – riferisce in proposito Cortese – «ha manifestato disponibilità e sensibilità sul tema. Nel recente passato abbiamo tenuto anche incontri con la precedente amministrazione, oltre che con i sindaci di diversi comuni tra quelli coinvolti nel nostro progetto di fusione. Siamo quindi fiduciosi».

La fiducia di Cortese è, inoltre, ben riposta. Ricordiamo, infatti, che l’idea generale di fusione tra enti locali è inserita anche nel programma elettorale del nuovo capo dell’amministrazione cittadina, il quale parla di Grande Valentia per poi precisare meglio che il Comune capoluogo deve partire proprio da una «graduale conurbazione con le realtà comunali limitrofe, mettendo inizialmente in rete i servizi intercomunali – rifiuti e acqua, per citare quelli di immediato rifermento – per ottenere nel breve periodo economie di scala. E quindi procedendo per tappe mediante la sottoscrizione di un “patto” di breve, medio e lungo periodo con i diversi centri urbani interessati, cominciando dalle realtà più vicine e allargando il perimetro nel corso del tempo. Il tema è peraltro mutuato – ricorda infine il sindaco nel suo programma – dal riconosciuto impegno attuato in questa direzione dall’associazione Progetto Valentia per la fusione».

La modifica dell’iter per la fusione tra comini

Senza dimenticare che l’iter per la fusione dal maggio del 2023 è stato modificato e, se vogliamo, è diventato più semplice. Il consiglio regionale ha, infatti, approvato a suo tempo la proposta di legge Omnibus che è intervenuta anche sull’iter per la fusione dei Comuni. La nuova norma ha eliminato dal processo burocratico l’approvazione delle delibere da parte dei consigli comunali eventualmente interessati al progetto di fusione. La modifica approvata, tuttavia, non cancella il referendum, né lo trasforma da vincolante in consultivo. Sempre stato consultivo. La modifica, però, cancella il ruolo dei Comuni. È stato eliminato – come detto – il riferimento alle delibere consiliari di fusione che finora hanno svolto ruolo determinante nel processo di unione tra enti locali. L’iter ora vede come unici protagonisti soltanto la Regione Calabria (che ha in materia competenza legislativa) e i cittadini dei comuni interessati, chiamati a partecipare a un referendum che dal 2016 è semplicemente consultivo.

L’ipotesi di fusione dell’associazione Progetto  Valentia

La proposta di fusione per la nascita della terza città della Calabria ed il primo polo turistico ed enogastronomico regionale prevede, secondo l’ipotesi di studio di Progetto Valentia, l’unione tra il Comune di Vibo e altri 13 enti: Vibo Valentia (35.000 abitanti);  Pizzo (10.000);  Mileto (7.000); Jonadi (4.500); Briatico (4.500); Cessaniti (3.500); Sant’Onofrio (3.000 abitanti);  San Gregorio d’Ippona (2.500 ab.); Stefanaconi (2.500);  San Costantino (2.500); Maierato (2.500); Filandari (2.000); Francica (1.500); Filogaso (1.500 ), per una popolazione complessiva residente di 79.500 abitanti. «Le popolazioni del nuovo ente locale – spiega il presidente dell’associazione -, godrebbero di indubbi vantaggi sotto svariati profili (tributario, polo di attrazione di investimenti ed infrastrutturale, essendo già naturalmente inserita nelle dinamiche economiche del settore turistico ed agro-industriale). Per il nostro territorio è l’unica via d’uscita all’isolamento ed alla condizioni di grave ritardo e sottosviluppo a cui risulta attualmente relegato. Non dimentichiamo che dal 2014 in poi è in notevole incremento il fenomeno della fusione tra comuni, specie nelle aree urbane del centro-nord, con la nascita di nuovi enti locali».

La sede del Comune di Vibo Valentia

Di recente, è stata portata a compimento la fusione tra Corigliano Calabro e Rossano, 77.206 abitanti, oltre a quello di Casali del Manco Casali (10.079 abitanti) istituito il 5 maggio 2017 dalla legge regionale del 2017, a seguito dell’approvazione di un referendum tenutosi il 26 marzo 2017 il quale prevedeva la fusione dei comuni di Casole Bruzio, Pedace, Serra Pedace, Spezzano Piccolo e Trenta. Sebbene nel penultimo comune la consultazione popolare abbia dato esito negativo, è stato deciso comunque l’accorpamento di quest’ultimo al nuovo ente. In Calabria sono in corso di valutazione, anche, avanzata sul piano amministrativo, le ulteriori seguenti proposte di fusione: fusione tra Crotone, Cutro, Isola di Capo Rizzuto e Strongoli nella Grande Crotone, 95.243 abitanti; fusione tra Cosenza, Rende e Castrolibero per formare il comune di Cosenza Nuova, 112.363 abitanti; fusione tra Cardinale, Chiaravalle Centrale e Torre di Ruggiero, 9.259 abitanti.

Le difficoltà a realizzare la fusione

Il presidente Cortese, tuttavia, non manca di ammettere che ci sono le fusioni «sono estremamente difficili da realizzare, perché si scontrano contro identità consolidate e interessi molteplici e strutturati, per questo, in alcuni contesti si è deciso di scegliere la strada dell’associazionismo volontario incentivato (ad esempio, in Francia). L’Italia, per la sua lunga tradizione municipalista, non è certo un contesto in cui l’opzione della fusione imposta dal legislatore possa passare facilmente. La fusione tra i comuni, ricordo, genera però capacità di risparmio, a parità di standard quanti-qualitativo dei servizi. Nella fattispecie il risparmio riguarda le spese per gli organi politici, il segretario comunale e gli organi di controllo. Vi è altresì risparmio sulle funzioni di back-office ovvero sulla segreteria, ragioneria, sul personale, informatica».

Cosa si guadagna ancora dalla fusione 

I vantaggi derivanti dalla fusione dei Comuni possono essere di tipo economico-finanziario e burocratico-amministrativo. Per quanto riguarda i primi, – si legge poi nel report del sodalizio – «la creazione del nuovo ente in luogo dell’estinzione dei comuni esistenti prevede cospicui contributi statali e regionali per un lungo periodo. Nella fattispecie gli incentivi nazionali prevedono l’erogazione del 40% dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010 per 10 anni (la quota era 20% fino al 2015), con un tetto a 2 milioni di euro per ogni ente interessato (prima era 1,5 milioni), ma comunque nei limiti degli stanziamenti finanziari previsti annualmente. Per fare un esempio: un nuovo Comune di poco più di 12mila abitanti per il 2016 ha ottenuto 1 milione e 300mila euro. Gli incentivi regionali prevedono l’erogazione di 250mila euro per ente per 5 anni (con una soglia a 1 milione), incrementabili in presenza di alcune caratteristiche. Ad esempio – si legge ancora nel documento – per le fusioni successive al giugno 2015, i contributi sono incrementati del 30% se la popolazione del nuovo Comune supera i 10mila abitanti o la fusione ha interessato almeno 3 Comuni, di cui almeno 1 obbligato; incrementati del 60% se la popolazione del nuovo Comune supera i 15mila abitanti; raddoppiati se la fusione coinvolge tutto l’ambito territoriale adeguato. A partire dalle fusioni successive al giugno 2016, invece, i contributi sono dimezzati se il nuovo Comune non supera la popolazione necessaria per l’esonero dall’esercizio associato di funzioni fondamentali. E ancora: possono, inoltre, essere previsti altri vantaggi per il nuovo Comune, quali deroghe nazionali ai limiti sulle assunzioni (decreto legge 113/2016 “Enti Locali”), e premialità nei bandi regionali, a partire da quelli che veicolano le risorse dell’Unione europea».

I vantaggi di tipo burocratico-amministrativo riguardano, invece, «l’opportunità di riorganizzare i servizi e specializzare il personale. Possibilità di potenziare i servizi ai cittadini decentrati presso i Municipi. Infatti, allo scopo di preservare e valorizzare l’identità storica delle comunità locali originarie e di realizzare il decentramento di funzioni è, inoltre, possibile l’istituzione di Municipi, che possono prevedere propri organi elettivi o funzionare – questa la conclusione – solo da punto di erogazione dei servizi». 

Tags: Comune di ViboEnzo Romeo
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