Ammantati da una fitta e gelosa vegetazione, in un silenzio quasi sacrale, si ergono oggi i ruderi maestosi e solitari di un’antica città fortificata. È Belforte, la città perduta nel territorio comunale di Vazzano. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, ma dove le pietre ancora trasudano le storie di un passato glorioso, vissuto da protagonista nel cuore della Valle del Mesima.

Assieme alla vicina e gemella Motta San Demetrio, Belforte è stata per secoli l’imponente “sentinella” del territorio, dominando con il suo sguardo strategico l’intera vallata. Ma dietro il fascino malinconico delle sue rovine attuali si nasconde l’anima fiera e indomabile di una comunità che ha attraversato le epoche più oscure e radiose della storia. L’epopea di Belforte affonda le sue radici nell’antichità classica, ai tempi dell’imperatore Antonino Pio (136-161 d.C.).
Dalle origini romane al monachesimo bizantino
Allora conosciuta come Subsicinum, la città nacque come fondamentale stazione di sosta – una mansiones – lungo la celebre via consolare romana Popilia, l’arteria vitale che collegava Capua a Reggio Calabria. Come descritto dallo storico Graevio, non si trattava di un semplice punto di passaggio, ma di un insediamento di notevole rilievo urbanistico, vivace fulcro di attività economiche, sociali e culturali. Con la caduta dell’Impero Romano, il suo valore strategico non venne meno. Durante il IX secolo, nel corso della terza grande ondata dell’esodo bizantino dalla Sicilia alla Calabria, la Valle del Mesima divenne terra d’accoglienza per i monaci basiliani. Belforte e Motta San Demetrio si popolarono di cenobi: una rete capillare di centri spirituali e di cultura dove le informazioni e le notizie dal resto del mondo viaggiavano riposte nelle bisacce dei monaci viandanti.
Santi, miniere e illustri figure
È proprio tra queste Mura che hanno visto la luce figure straordinarie come Sant’Onofrio e sua sorella Sant’Elena, il cui ricordo è custodito negli antichi manoscritti del monastero di Grottaferrata. Sant’Onofrio, disprezzando ricchezze e onori terreni, abbracciò la regola di San Basilio per poi ritirarsi in una spelonca nei pressi di Vibo, dove visse e morì in odore di santità. Ma Belforte non fu solo un faro di spiritualità.
Le viscere della sua terra nascondevano una ricchezza materiale operosa: la zona era infatti sede di importanti insediamenti estrattivi di ferro e metalli preziosi, tra cui l’oro. I recenti e straordinari rinvenimenti archeologici – come il preziosissimo crogiolo in bronzo ritrovato a Motta San Demetrio, strumento fondamentale per la fusione e lavorazione dell’oro – testimoniano l’esistenza di una fiorente e raffinata attività artigianale. Tra i figli illustri di questo lembo di terra spicca anche Tiberio Angelieri, celebre dottore in medicina passato alla storia per aver contribuito a risanare l’Europa dalla piaga della peste nel 1347, impresa che gli valse altissimi benefici e donazioni da parte del re Filippo II.
Le lotte medievali e la fine sismica
La posizione invidiabile di Belforte scatenò le brame dei conquistatori. Durante il Medioevo, trasformatasi in un borgo fortificato e militarmente inattaccabile, dovette affrontare l’avidità dei Normanni. Per assicurarsi il dominio sulla valle, i Normanni scatenarono cruente e spietate repressioni; tuttavia, si scontrarono con la fiera resistenza della popolazione locale, pronta a difendere l’autonomia della propria terra a prezzo della vita. Se le armi straniere non riuscirono a piegarla, fu la natura a decretarne il destino finale. Il devastante terremoto del 1659 assestò il primo duro colpo alle mura cittadine; poi, nel 1783, un nuovo, terribile evento sismico portò a compimento la distruzione di Belforte, radendola al suolo e consegnandola all’oblio.
Il riscatto della memoria
Oggi, camminare tra le ombre e i resti di Belforte significa compiere un viaggio nel cuore pulsante dell’identità calabrese e mediterranea. Tra quelle pietre ricoperte di rovi riposa un patrimonio inestimabile di arte, fede, coraggio e civiltà che non può e non deve andare perduto. Riportare alla luce la storia di Belforte non è solo un dovere verso il passato, ma un atto d’amore verso il futuro: il riscatto di una città perduta che attende solo di tornare a raccontare la sua immensa grandezza.





















