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Home CRONACA

Lavoro nero, tocca alla Calabria il tasso più alto di irregolari del Mezzogiorno: ecco le percentuali

Il dato emerge da un report realizzato dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre. Ammonta a 68 miliardi di euro il volume d’affari annuo riconducibile al lavoro irregolare presente in Italia

Di Francesco Mobilio
1 Luglio 2024
In CRONACA
Lavoro nero, tocca alla Calabria il tasso più alto di irregolari del Mezzogiorno: ecco le percentuali
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«Ammonta a 68 miliardi di euro il volume d’affari annuo riconducibile al lavoro irregolare presente in Italia. Il 35 per cento circa di questo valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa è ascrivibile alle regioni del Sud. Le persone coinvolte nel nostro Paese dall’economia sommersa sono poco meno di 3 milioni e anche in questo caso è il Mezzogiorno la ripartizione geografica del Paese che presenta la percentuale più elevata: ovvero il 37,2 per cento del totale».

Le cifre, fortemente allarmanti, emergono dal report realizzato dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre (Confederazione generale italiana dell’Artigianato) su dati relativi al 2021. Tuttavia – si legge sempre nel report -, «il fenomeno è ormai esteso anche al centronord ed ha una presenza record soprattutto nel settore dei servizi alle persone (colf, badanti). Il tasso di irregolarità di questo settore raggiunge il 42,6 per cento. Al secondo posto scorgiamo l’agricoltura con il 16,8 per cento e al terzo le costruzioni con il 13,3 per cento».

Lavoro nero: Calabria prima regione del sud Italia per irregolari

Come detto all’inizio, il valore aggiunto prodotto nel 2021 dal lavoro irregolare in Italia è stato pari a 68 miliardi di euro, di cui – riferisce sempre l’analisi condotta dall’Ufficio studi della Cgia – «23,7 miliardi nel mezzogiorno, 17,3 nel nordovest, 14,5 nel centro e 12,4 nel nordest. Se misuriamo l’incidenza percentuale di questo ammontare sul valore aggiunto totale regionale, la quota più elevata, pari all’8,3 per cento, interessa la Calabria. Seguono la Campania con il 6,9 per cento, la Sicilia con il 6,6 per cento e la Puglia con il 6,2 per cento. La media nazionale è del 4,2 per cento. Dei 2.848.100 occupati non regolari stimati in Italia dall’Istat, 1.061.900 sono ubicati nel Mezzogiorno, 691.300 nel nordovest, 630.000 nel centro e 464.900 nel nordest. Se calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero degli irregolari e il totale occupati per regione, la presenza più significativa si registra sempre nel sud e, in particolare, in Calabria con il 19,6 per cento. Seguono la Campania con il 16,5 per cento e la Sicilia con il 16 per cento. Il dato medio Italia è dell’11,3 per cento». Tradotto ancora: la Calabria con il 19,6 per cento di lavoratori in nero in rapporto al totale degli occupati e a fronte del dato medio nazionale che è dell’11,3%, è la regione dove si registra i Italia la presenza più alta di occupazione irregolare (117.400 unità) nel sud.

I settori più irregolari: cura alla persona, agricoltura e costruzioni, ma anche commercio, trasporti e ricettivo

«I 3 milioni di unità di lavoro standard Ula (Unità lavorative per anno) presenti in Italia che esercitano un’attività lavorativa in palese violazione delle norme fiscali, contributive e in materia di sicurezza, “provocano” – denuncia il report – un tasso di irregolarità del 12,7 per cento. Gli altri servizi alle persone è il settore che “annida” il maggior numero di irregolari: precisamente poco più di un milione di Ula che dà luogo ad un tasso di irregolarità di questo settore pari al 42,6 per cento. Tra i comparti più interessati dal lavoro nero scorgiamo l’agricoltura che, presenta un tasso di irregolarità del 16,8 per cento (205.800 Ula). Di seguito scorgiamo le costruzioni con il 13,3 per cento (220.200 Ula) e il commercio, trasporti, ricettivo con il 12,7 per cento (691.700 Ula). Al netto di chi lavora nei servizi di cura alla persona, va segnalato che per gli altri settori dove c’è più nero è più elevato anche il rischio incidenti nei luoghi di lavoro».

Il controllo delle organizzazioni criminali

Il report riferisce, inoltre, che «dopo la crisi economica provocata dalla pandemia, in alcune aree del paese pezzi importanti dell’economia sono passati sotto il controllo delle organizzazioni criminali di stampo mafioso che agli imponenti investimenti economici hanno affiancato l’uso della violenza, delle minacce e del sequestro dei documenti per “conquistare” il favore di ampie masse di lavoratori, soprattutto stranieri. L’applicazione di queste coercizioni – questa la conclusione del report – ha trasformato tante sacche di economia sommersa in lavoro forzato, facendo scivolare all’interno di questo girone infernale anche molti italiani che si trovavano in condizioni di vulnerabilità».

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