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Home FOOD & WINE

L’enigma dorato delle Serre: la storia e i segreti dello ’Nzullo di Fiorindo Franco

Viaggio nel laboratorio artigianale di Serra San Bruno, qui tre generazioni trasformano mandorle e zucchero in un'icona croccante di identità e devozione

Di Carmensissi Malferà
29 Agosto 2026
In FOOD & WINE
L’enigma dorato delle Serre: la storia e i segreti dello ’Nzullo di Fiorindo Franco

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Oggi vi portiamo nel suggestivo borgo di Serra San Bruno, dove c’è un profumo che spezza la quiete e fa battere il cuore: l’aroma inconfondibile di zucchero caramellato, farina e mandorle tostate. È il profumo di un’eredità incisa nella memoria collettiva, un aroma che porta un nome ben preciso che oggi vi faremo scoprire.

Per farvelo conoscere ed amare al meglio siamo andati nel laboratorio artigianale del maestro Fiorindo Franco. Varcare quella soglia significa compiere un vero e proprio viaggio indietro nel tempo, un rito di passaggio che riconnette chiunque vi entri con l’anima pura della Calabria d’altri tempi. Le mani del pasticcere, costantemente velate di farina e segnate dalla fatica e dalla passione di una vita intera di tre generazioni dedicata al mestiere, non si limitano a mescolare ingredienti. Si muovono con la grazia solenne e precisa di un pittore di icone, impastando memoria, devozione e appartenenza.

Lo ’Nzullo: l’essenza delle Serre Calabresi

Tra tanti suoi capolavori, tra cui i Serresini, torroni, paste di ogni tipo, uno in particolare racchiude in sé l’essenza più viscerale delle Serre Calabresi: lo ’Nzullo. Non si tratta di un semplice biscotto, né di un comune dolce da veder scorrere distrattamente sui banchi d’esposizione.

Lo ’Nzullo è una poesia croccante, un compendio di storia locale, devozione popolare e maestria contadina. La storia dello ’Nzullo affonda le sue radici in un passato in cui la semplicità era la forma più alta di ricchezza. Nasce come dolce della festa, legato a doppio filo alla venerazione per San Bruno e alle storiche fiere di paese che richiamavano gente da ogni dove. Gli antichi maestri dolciari sapevano come trasformare pochissimi elementi in un capolavoro di conservazione e sapore. Ma è stato il tocco di Fiorindo Franco a elevare questo biscotto rituale, trasformando una ricetta tradizionale in un’opera d’arte immortale, capace di sfidare il tempo e le mode passeggere della modernità. Per capire davvero la grandezza dello ’Nzullo di Fiorindo, occorre addentrarsi nei dettagli di una lavorazione che rifiuta ogni forma di scorciatoia industriale.

Materie prime pure e lavorazione manuale

La scelta rigorosa della materia prima, in un mondo dominato da aromi artificiali e preparati industriali, il laboratorio di Fiorindo rispetta la regola aurea dell’eccellenza. Le mandorle, solo i frutti migliori, pieni, croccanti e ricchi degli oli essenziali del nostro Sud, hanno il privilegio di finire nell’impasto. Ad esse si uniscono lo zucchero, la farina calabrese e l’ammoniaca. Nessun grasso superfluo, nessun additivo, solo l’essenziale spinto al massimo della sua espressione. L’impasto dello ’Nzullo è vivo, rigido, ostinato. Richiede forza nelle braccia e sensibilità nelle dita. Non esistono macchinari capaci di sostituire la percezione del pasticcere: è solo al tatto che si comprende se il composto ha raggiunto la consistenza perfetta. È una lavorazione calcolata “ad occhio” e “a sentimento”, misurata con quell’intuito profondo che solo chi ha trascorso decenni davanti a un banco da lavoro possiede.

Il rito della cottura nel cuore della notte

Il passaggio nel forno è il momento in cui avviene la metamorfosi. Il calore sprigiona gli oli della mandorla, fonde lo zucchero in una doratura perfetta e diffonde nell’aria un vapore aromatico capace di stregare chiunque si trovi a passare nelle vicinanze. C’è qualcosa di profondamente commovente nel vedere Fiorindo all’opera durante le prime ore dell’alba, quando il paese dorme ancora e la luce del suo laboratorio è già accesa. Le temperature del forno sono alte sui 200 gradi, i vassoi in alluminio brillano sotto la luce calda, e il silenzio della notte viene interrotto solo dal ritmo cadenzato del mattarello e dal fruscio della farina. Lo ‘Nzullo può richiedere fino a 6 ore di cottura, che passa dai 200 gradi agli 80…

Dalla contabilità all’arte della pasticceria

Questo lavoro non è per tutti. Richiede alzatacce alle quattro del mattino, gambe stanche, mani scottate e un’attenzione costante che non concede distrazioni. Eppure, sul volto di Fiorindo non si legge mai la stanchezza, ma la serenità di chi sa di svolgere una missione, passatagli dal suo papà venti anni fa, quando lui abituato all’amministrazione dell’azienda e ai numeri da contabile, ha dovuto all’improvviso indossare il grembiule in laboratorio e sperimentare per riscoprire il modo di fare i dolci, assaggiando e riprovando centinaia di volte con mamma Emma e l’aiuto degli zii.

La testimonianza di Fiorindo: passione e continuità familiare

«Fare un dolce – come lui stesso ci dice – non è unire una lista di ingredienti e impastare. Ma il tutto cambia per diversi fattori in gioco, come la tipologia di cottura, i minuti, i gradi, il tasso di umidità nell’aria, la granulosità dello zucchero, la quantità e qualità dell’ammoniaca e dei vari ingredienti e tanto altro. E’ una magia. Non è stato facile passare dalla contabilità al laboratorio e agli impasti, per la scomparsa prematura del mio papà, ma l’ho fatto con immenso amore e senso di responsabilità, verso il ricordo di mio nonno e sacrifici di mio padre, per la mia famiglia e per tutta la nostra clientela affezionata da tante generazioni. Negli anni ho cercato di legare la tradizione all’innovazione, senza tradire mai la qualità dei prodotti e l’eccellenza della lavorazione tipica degli insegnamenti di chi mi ha preceduto. Da ricordare lo ‘Nzullo gigante, più di un metro quadrato, che ci ha dato tanta soddisfazione da mostrare in vetrina condiviso coi clienti durante la festa patronale. Mi piacerebbe che uno dei miei 4 figli, possa magari continuare questa antica tradizione di famiglia. Loro sono i miei capolavori più grandi, Nicholas e Antonio hanno scelto ingegneria, Clelia vuol fare l’orafa e Paola che è la più piccola e spesso viene ad aiutare, spero darà continuità al nostro mondo di bontà. Sperare non costa nulla… ».

Un’esperienza sensoriale unica

Mentre estrae una teglia fumante di ’Nzulli è come assistere a una nascita. Ogni pezzo è diverso dall’altro, unico, plasmato imperfettamente a mano, portatore sano di un’artigianalità che oggi sta scomparendo. Chi assaggia uno ’Nzullo per la prima volta viene travolto da un’esperienza sensoriale inaspettata: Il primo impatto è solido, deciso.

La crosta esteriore oppone una resistenza fragile e croccante. Poi, improvvisamente, si sprigiona l’esplosione dei sapori: la dolcezza avvolgente del caramello, l’intensità tostata della mandorla pura, quella sfumatura che rimane a lungo sul palato. È un boccone che richiede tempo, che bisogna assaporare piano, di ascoltare il suono della croccantezza e di lasciarsi guidare dalla scioglievolezza e dai ricordi.

Lo ’Nzullo come simbolo di identità e legame per gli emigrati

Per Fiorindo Franco, ogni ’Nzullo sfornato rappresenta una promessa mantenuta verso la propria comunità e verso la propria terra. È il filo invisibile che lega chi è rimasto a chi ha dovuto lasciare la Calabria per cercare fortuna altrove. Per gli emigrati scartare un pacchetto di ’Nzulli e portarne un pezzo alla bocca non significa soltanto mangiare un dolce: significa azzerare le distanze, cancellare anni di nostalgia, ritrovare in un istante il calore della casa dei nonni, le domeniche in famiglia e le passeggiate spensierate lungo le vie lastricate del centro. Lo ’Nzullo diventa così un amuleto gastronomico, un pezzo di patria da mettere in valigia prima di ripartire per la Germania, l’America o le città del Nord Italia.

Nel caldo abbraccio del suo laboratorio, tra il chiaroscuro del forno acceso e l’eco di una storia ultracentenaria, iniziata dal nonno Fiorindo, portata avanti dal papà Nicola, Fiorindo Franco ha dimostrato che la pasticceria, quando è fatta con l’anima, cessa di essere semplice cibo per il corpo e diventa cibo per lo spirito. Diventa custodia attiva della memoria, baluardo contro l’omologazione del gusto, celebrazione dell’identità di un popolo. Finché ci sarà qualcuno pronto a impastare con lo stesso rispetto, con la stessa devozione e con lo stesso amore che Fiorindo ha dedicato ad ogni singola teglia, la storia di Serra San Bruno continuerà a vivere, a raccontarsi e a scaldare i cuori. Un indimenticabile, croccante e profumato ’Nzullo alla volta.

Tags: Franco FiorindoNzulloSerra San Bruno
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