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Lo sviluppo del Vibonese? Per Foti servono visione e strategia: «Senza il territorio perde opportunità»

Intervista a tutto campo al presidente dell’Ordine degli architetti della provincia di Vibo Valentia. Sul tavolo, tra gli altri argomenti, le ragioni del mancato sviluppo del territorio e le possibili soluzioni per cambiare pagina

Di Francesco Mobilio
4 Ottobre 2024
In SVILUPPO
Lo sviluppo del Vibonese? Per Foti servono visione e strategia: «Senza il territorio perde opportunità»

Fabio Foti, presidente dell'Ordine degli architetti della provincia di Vibo Valentia

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Fabio Foti ha da sempre un pallino: poter contribuire ad un armonico sviluppo urbano, e di conseguenza anche economico e sociale, del territorio vibonese. Lui attualmente ricopre ancora una volta l’incarico di presidente dell’Ordine provinciale di Vibo Valentia degli architetti. Un mix di passione, competenze e determinazione.  «Abbiamo cercato di svolgere nel territorio un ruolo di supporto tecnico e scientifico per Comuni, enti ed associazioni», ricorderà più avanti incalzato dal cronista.

Da tempo Foti sostiene che alla base della mancata crescita del Vibonese vi sia l’assenza di una «visione» e di una «strategia». Vuoti costati decisamente cari al territorio – a cominciare dalla città capoluogo di provincia – cresciuto a casaccio e in modo confuso. Con Foti, dunque, abbiamo affrontato in questa nostra intervista – come si leggerà dopo – temi caldi. E la concezione dominate è che oggi si debba mettere la parola fine all’idea progettuale dell’espansione, «ora – sono parole di Foti – è tempo di concentrarsi sull’esistente. Cresce l’urgenza e la volontà di tornare a creare città per le persone».

Presidente Foti, cosa vuole dire oggi essere a capo dell’Ordine degli architetti della provincia di Vibo Valentia?

«Per me significa tante cose insieme, tra cui grande responsabilità, ma soprattutto onore e privilegio di poter rappresentare la categoria professionale a cui appartengo attraverso una esperienza di leadership collettiva che condivido con i tanti colleghi che negli anni mi hanno accompagnato in questo percorso nei vari organismi ad iniziare dal consiglio dell’Ordine e consiglio di disciplina o nelle diverse commissioni fino alla Fondazione».

Quale ruolo può giocare la sua categoria professionale per lo sviluppo del territorio vibonese e quale supporto, in particolare, può dare l’Ordine?

«Il ruolo degli Ordini degli architetti viene delineato dalle norme istitutive che assegnano i compiti di tenuta dell’Albo con le funzioni deontologiche, certificative e di formazione e aggiornamento professionale continuo a servizio degli iscritti e a tutela dell’interesse pubblico. Al di fuori di questo perimetro il nostro Ordine, pur non avendone l’obbligo, ha cercato di svolgere nel territorio un ruolo di supporto tecnico e scientifico per Comuni, enti ed associazioni – per come dimostrato dalle molteplici attività poste in essere – cercando di elevare il dibattito culturale».

Ci vuole ricordare qualche iniziativa.

«Tra le tante iniziative portate avanti negli ultimi anni mi pregio di ricordarne solo due: le giornate di studio, svolte in presenza e poi registrate, che hanno visto a Vibo Valentia tanti architetti, ingegneri, docenti universitari, artisti, scrittori, operatori culturali, esperti in varie discipline, calabresi e provenienti da tutta Italia, che sono le più seguite e apprezzate sulla piattaforma nazionale della formazione degli architetti. Il coordinamento di una proposta progettuale, sviluppata unitamente a Università della Calabria e al Comune di Rombiolo, di recupero e trasformazione di un edificio industriale confiscato alla ’ndrangheta nel Comune di Rombiolo per la creazione di un polo agroalimentare di trasformazione di pecorino del Poro, ’nduja di Spilinga e cipolla di Tropea che è stata ammessa in graduatoria per 13 milioni di euro e che si spera possa, presto, essere finanziata con i fondi Pnrr in dote all’Agenzia di Coesione Territoriale».

Passiamo ai problemi. A suo giudizio, il mancato sviluppo del Vibonese è frutto anche e soprattutto dell’assenza di che cosa in particolare?

«Le dico subito. L’assenza di una chiara strategia supportata da adeguati strumenti di programmazione ha fatto perdere al nostro territorio una serie di opportunità. Noi crediamo che in questo momento storico serva elaborare una visione e una strategia, con al centro il Comune capoluogo di Vibo Valentia, all’interno del quale declinare i cosiddetti progetti di sistema, progetti cioè che diano importanza alla scala territoriale e da immaginare all’interno della porzione di area vasta ricompresa, da una parte, tra i due poli intermodali dell’aeroporto di Lamezia Terme e del porto di Gioia Tauro, con al centro Vibo, il suo porto e il sistema della fascia costiera, e dall’altra, nella definizione di una centralità da costruire rispetto ai possibili itinerari legati a cultura e archeologia, mare, paesaggio, enogastronomia e fede».

E poi?

«Semplice: all’interno di questa visione alla scala del territorio vanno poi elaborati i progetti nei singoli Comuni. Non come è stato fatto con il Pnrr o con i Cis dove ogni comune faceva per sé senza sapere o vedere cosa elaborava il Comune viciniore. Questa è la sfida più grande che colpevolmente la politica negli anni non ha saputo raccogliere. Tutto questo è ancor più imperdonabile in un momento dove le risorse finanziarie sono copiose e nel quale la competizione è tra contesti territoriali anche della stessa regione: pensiamo per esempio alle trasformazioni in atto nell’area del lametino e del catanzarese con al centro l’aeroporto o della piana di Gioia Tauro con al centro il porto e dell’area metropolitana dello stretto».

Presidente, ritiene essenziale per la città capoluogo e per il territorio la definizione di una nuova politica urbana che guardi alla transizione ecologica?

«È essenziale per la città capoluogo di provincia la definizione di una politica urbana nuova che traguardi alla transizione ecologica con la declinazione di specifici obiettivi strategici: rigenerazione urbana e sostenibile, valorizzazione del patrimonio storico e culturale, ripensamento della mobilità urbana, creazione di una trama continua di infrastrutture verdi. Quindi, risparmio energetico e sviluppo delle energie rinnovabili, gestione integrata dei ciclo dell’acqua e dei rifiuti, potenziamento delle reti tecnologiche».

In questo momento, però, Vibo Valentia è piena di cantieri aperti. Qual è il suo giudizio da urbanista?

«Con specifico riferimento al rifacimento in corso di alcune piazze nella città, mi faccia dire che la riqualificazione degli spazi, se non accompagnata da un progetto urbano condiviso con cittadini, commercianti, associazioni che intervenga sulla sfera sociale, economica oltre che ambientale non può considerarsi esperimento di rigenerazione urbana. Di recente presso la nostra sede, in una delle giornate di studio di cui parlavo prima, l’architetto Massimo Pica Ciamara, tra i più importanti e autorevoli architetti italiani, durante il suo magistrale intervento a proposito della rigenerazione urbana ci ha detto: “Una città si trasforma se i suoi abitanti hanno forte desiderio di ambienti che favoriscono socialità, benessere, sicurezza e felicità”.Rigenerazione, quindi, come desiderio di costruire aggregazione, socialità, comunità».

Vibo Valentia dovrebbe, insomma, diventare sempre di più una città per le persone: come si può realizzare tutto ciò?

«Dobbiamo cambiare il paradigma in questa città. È finita ormai da tempo la stagione antistorica del governo dell’espansione, ora è tempo di concentrarsi sulla città esistente. Dobbiamo, quindi, superare gli apparati normativi e i vecchi strumenti di programmazione. Dopo avere trascurato per anni la dimensione umana, cresce l’urgenza e la volontà di tornare a creare città per le persone, i grandi cambiamenti epocali stanno disarticolando le città anche quelle piccole come Vibo Valentia. Questo “nuovo mondo” decostruisce la forma urbana, ancor prima che dal punto di vista fisico dal punto di vista sociale. Le città del mediterraneo, scriveva qualche anno fa il mio amico e compianto professore Luigi Maria Lombardi Satriani, stanno diventando sempre piùle città delle solitudini! E anche a queste solitudini che la politica deve dare risposte».

Presidente Foti, il Piano strutturale comunale, nato già vecchio e contestato a suo tempo dal vostro Ordine professionale, molto probabilmente non ha conseguito tutti gli obiettivi. Quali, allora, i nuovi strumenti per dare slancio alla città?

«Sul Psc come occasione persa ci siamo tante, troppe, volte già espressi e non aggiungo altro. Noi crediamo sia non più rinviabile, per il Comune di Vibo Valentia, la necessità di dotarsi di uno strumento di programmazione del territorio agile e snello per governare le trasformazioni anche per meglio utilizzare in una chiave di sistema le risorse finanziarie assegnate e quelle che dovranno arrivare a breve dalla programmazione 21-27. Tale strumento potrebbe essere il Masterplan delle trasformazioni – il Piano per il mandato del sindaco – con l’obiettivo di individuare le diverse opzioni dello sviluppo secondo una visione, una strategia alla scala di area vasta, all’interno della quale declinare in relazione tra loro i progetti di riqualificazione urbana, infrastrutturali e altro ancora, da approvare in consiglio comunale coinvolgendo tutte le forze politiche e le istituzioni culturali, associative, professionali e imprenditoriali. La materia del governo del territorio e delle politiche urbane e territoriali è la madre di tutte le questioni. Quella che qualifica le amministrazioni in quanto la più eminentemente politica».

Si parla spesso di cultura e turismo come driver del cambiamento per immaginare e riprogrammare la città del futuro. Lei è d’accordo?

«Il turismo e la cultura hanno un ruolo importante e la tecnologia può aiutare a migliorare il sistema turistico e dei servizi. Vibo Valentia deve puntare su questi capisaldi per riprogrammare la città del futuro. Tra i diversi progetti che si potrebbero mettere in campo ci piace ricordare la proposta elaborata, da diversi anni ormai, dal nostro Ordine, unitamente a Confcommercio, Camera Commercio, Ance e Università Mediterranea di Reggio Calabria, di un progetto urbano di museo all’aperto, scandito da n.10 installazioni di arte contemporanea in posizioni strategiche che possa mettere in rete i tesori archeologici con musei, palazzi ed edifici di interesse storico. Il percorso urbano partendo da piazza Martiri d’Ungheria, porta di ingresso della città stratificata con il municipio e la sua fornace romana, potrebbe interessare poi Museo Archeologico del Castello, Palazzo Santa Chiara con il Sistema bibliotecario, Palazzo Gagliardi, Valentianum con Museo Arti sacre e Limen, Villa Comunale, Villa Gagliardi e ancora le aree archeologiche, Cofino, Mura Greche, Parco delle Rimembranze con il tempio di Proserpina, Sant’Aloe con il mosaico delle quattro stagioni. Tutto questo patrimonio straordinario, in molti casi non fruibile, dovrebbe essere gestito e organizzato, attraverso dei protocolli, da un soggetto istituzionale preposto e in questa direzione abbiamo immaginato una Fondazione culturale creata dal Comune di Vibo Valentia»

Andiamo all’attualità dei problemi. Le condizioni del torrente Sant’Anna da troppi anni ormai alimentano polemiche e discussioni sul da farsi: come intervenire e quali strategie bisogna mettere in campo in materia di servizio idrico integrato?

«Anche qui per affrontare questo tema, molto sentito dai vibonesi, dobbiamo cambiare la prospettiva con cui si guarda il problema perché se ogni anno, da troppi anni ormai, in prossimità della stagione balneare si ripropone la stessa situazione significa che esiste un deficit strutturale e di sistema. E proprio nei termini di sistema deve essere affrontato il problema, intanto rilevando che in Calabria è stato approvato dall’Autorità Rifiuti e Risorse Idriche della Calabria il Piano operativo verso la transizione al gestore unico del servizio idrico integrato che è stata affidata alla società Sorical che dovrebbe subentrare nella gestione comunale nel secondo semestre 2025. In attesa di questa nuova realtà il Comune, all’interno del Masterplan di cui dicevamo, dovrebbe aprire un focus di approfondimento sui tre segmenti del servizio idrico, fognario e depurativoavendo ben chiare lecriticità e proponendo delle soluzioni strutturali».

Si spieghi meglio.

«Certamente: per il segmento dell’idrico e qualità dell’acqua potabile si deve partire dal patrimonio di informazioni acquisite di recente attraverso la ingegnerizzazione delle reti attivata dalla Regione Calabria attraverso un appalto che ha interessato i cinque comuni capoluogo e dalle previsioni del Piano d’Ambito (PdA) regionale del SII in fase di approvazione che ha consentito di liberare risorse finanziarie comunitarie anche per il bacino idrografico vibonese. Per quanto attiene ai segmenti fognario depurativo vi sono delle precise disposizioni programmatorie all’interno del PdA che prevedono interventi sull’impianto di depurazione di località Silica e finanziamenti già in essere per le piattaforme di Porto Salvo e Piscopio attraverso fondi Pnrr. Ovviamente rendere efficienti le piattaforme depurative comunali può non bastare in quanto le aste fluviali possono essere interessate da eventuali scarichi abusivi provenienti da civili abitazioni e da attività produttive e pertanto ènecessaria e non più rinviabile una operazione verità sul sistema fognario e sull’officiosità idraulica dei torrenti».

Le chiedo una sua riflessione sulle attuali condizioni del porto di Vibo Marina e sulle prospettive.

«Il porto di Vibo Marina rappresenta un punto di forza dell’intero sistema territoriale, ma anche snodo di grande problematicità in quanto all’interno di questa realtà convivono una serie di vocazioni e attitudini anche in conflitto. In ogni caso il porto nei ragionamenti non può essere sganciato dal resto del territorio e, pertanto, dovrebbe trovare centralità all’interno del Masterplan che guardi come strategia anche al di fuori dei confini provinciali puntando su una vocazione turistica rivolta alla nautica da diporto, a logiche di trasferimento/riconversione gli insediamenti industriali esistenti e a un ripensamento complessivo del water front occupandosi anche del quartiere Pennello, Bivona e dell’area industriale».

Quindi, come e cosa fare?

«Serve in merito un grande e complesso progetto urbano che proprio per la sua complessità potrebbe essere realizzato per stralci all’interno di una visione complessiva. Sul porto, e su tutto quello che sta dietro e quindi il retro porto, sarebbe auspicabile una grande conferenza istituzionale con autorità portuale, regione, provincia, comune, società titolari di concessioni dei depositi costieri e soggetti preposti anche per comprendere quali risorse pubbliche e private possono essere attivate».

Negli anni lei è stato il portavoce di Ordini professionali, costruttori, commercianti, associazioni culturali, quali proposte per promuovere la cultura della partecipazione della comunità nei processi di trasformazione della città?

«Guardi, così come più volte da noi ribadito, l’esperienza di democrazia partecipata, se attivata, può diventare decisiva nella competizione tra contesti territoriali e nella definizione del senso di appartenenza di una comunità. In questa direzione noi crediamo che possa essere di grande utilità l’istituzione un laboratorio di politiche urbane e territoriali di confronto permanente tra amministrazione comunale e mondo delle costruzioni, commercio, cultura e ordini professionali tecnici per discutere e confrontarsi sulle politiche urbane comunali e territoriali. Inoltre di grande rilevanza potrebbe essere l’istituzione di un Urban Center, centro di informazione, formazione, e produzione di idee, per informare i cittadini e per promuovere la cultura della partecipazione delle comunità nei processi di trasformazione della città»

Chiudiamo: da presidente di un Ordine professionale importante, vorrebbe dare alla nuova amministrazione Romeo qualche suggerimento che ritiene importante per una politica urbana efficace?

«Il sindaco Enzo Romeo, figura di spessore politico e culturale, non credo abbia bisogno dei nostri consigli o suggerimenti. Siamo andati a trovarlo dopo l’insediamento insieme al mio amico presidente dell’Ordine degli Ingegneri Romano Mazza, così come abbiamo fatto a suo tempo con Maria Limardo e ancora con i precedenti sindaci, per una visita di cortesia istituzionale per un confronto sui temi ella città e per augurare buon lavoro alla giunta e al consiglio comunale. Il nostro futuro, così come quello delle nostre città, dipende da ognuno di noi e da quanto crediamo nelle opportunità di cambiamento. In questa direzione, per parte nostra, non mancherà il contributo dell’Ordine degli architetti della provincia di Vibo Valentia».

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