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Home RITRATTI

“L’universo in un filo d’erba”: la poetica dei sentimenti nella lirica della calabrese Caterina Landro

La pedagogia dello sguardo per ritrovare la bellezza nascosta nel quotidiano: quando l'infinito dimora nell'effimero

Di Michele Petullà
6 Settembre 2026
In RITRATTI
Caterina Landro e la copertina libro poesie
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La poesia comincia là dove lo sguardo ordinario smette di interrogare le cose. “L’universo in un filo d’erba”, la nuova raccolta poetica di Caterina Landro – Erga edizioni, Genova 2026, con suggestive fotografie di Giuseppe Morello –, nasce precisamente da questa soglia: dal desiderio di penetrare la superficie del quotidiano per ascoltarne le vibrazioni più segrete, quelle che trasformano un dettaglio minimo in una rivelazione dell’umano.

Il significato del titolo e l’ossimoro concettuale

Già nel titolo è racchiusa una precisa dichiarazione di poetica. L’universo evoca l’immensità, l’infinito, ciò che sfugge a ogni misura; un filo d’erba appartiene invece alla dimensione minima, fragile, apparentemente insignificante. Il loro accostamento produce un autentico ossimoro concettuale: l’infinito che si concentra nel minimo, l’immenso che trova dimora nell’effimero, il tutto che si lascia intuire attraverso un frammento.

Questa apparente contraddizione contiene una delle verità fondamentali della poesia: il mondo diventa più profondo quando impariamo a guardarlo da vicino. Un filo d’erba può allora contenere l’universo perché dentro quella piccola porzione di natura sono racchiusi il mistero della vita, la fragilità dell’esistenza, il ciclo del tempo, la possibilità della rinascita. Il titolo, dunque, è la chiave attraverso cui leggere l’intera raccolta.

La funzione evocativa della parola e la Poetica dei sentimenti

Caterina Landro – originaria di Briatico (VV) e residente a Riace (RC) – sembra affidarsi alla funzione più autentica della parola poetica: evocare. La poesia suggerisce, allude, evoca. In L’universo in un filo d’erba l’esperienza personale viene così trasfigurata in immagine poetica. Il sentimento non viene semplicemente dichiarato, ma cerca una forma capace di renderlo percepibile. La parola diventa suono, immagine, memoria; talvolta sembra quasi acquistare una dimensione tattile e sensoriale. Il centro più autentico della raccolta è una vera e propria Poetica dei sentimenti. Amore, memoria, famiglia, fede, speranza, dolore, nostalgia, solidarietà, rapporto con la propria terra e con la natura diventano altrettante forme attraverso cui Caterina Landro interroga l’esistenza.

L’amore come apertura ed esperienza collettiva

L’amore, in particolare, assume una dimensione ampia e plurale. È amore per la madre e per il padre, per il compagno di vita, per la propria terra e le proprie radici; è amore per la natura e per le sue manifestazioni; è apertura all’altro, partecipazione, solidarietà. Non è dunque un sentimento confinato nell’intimità individuale. Dall’io tende naturalmente verso il noi.

L’Antropologia dei sentimenti e il richiamo a Lombardi Satriani

È questo passaggio a conferire alla raccolta una particolare intensità: l’esperienza personale non rimane chiusa nella dimensione autobiografica, ma cerca continuamente ciò che può renderla riconoscibile anche agli altri. Il dolore individuale diventa esperienza umana; il ricordo diventa memoria; l’amore diventa relazione; la speranza diventa possibilità. La poesia nasce dall’io, ma aspira all’universale. È proprio qui che la Poetica dei sentimenti può trasformarsi in una più ampia Antropologia dei sentimenti. In questa prospettiva è particolarmente significativo il richiamo a Luigi Maria Lombardi Satriani, antropologo ed etnografo calabrese che ha dedicato parte della propria riflessione al rapporto fra poesia, cultura, memoria, identità e mondo simbolico, arrivando a considerare la poesia come estensione dell’antropologia.

La poesia come testimonianza e geografia dell’umano

La poesia, infatti, può diventare una forma di testimonianza dell’umano: conserva ciò che rischia di perdersi, restituisce voce alle emozioni, custodisce i luoghi, le radici, gli affetti e le forme della memoria. È ciò che accade nella raccolta di Caterina Landro. La madre e il padre non sono soltanto presenze biografiche, ma diventano figure dell’origine e dell’appartenenza. La terra non è semplicemente paesaggio, ma memoria e identità. La natura non è uno sfondo ornamentale, ma interlocutrice. La fede non è soltanto confessione, ma interrogazione sul senso. La speranza diventa una forma di resistenza interiore; la solidarietà, riconoscimento dell’altro. In questo senso il libro custodisce una piccola geografia dell’umano. La poetessa racconta se stessa, ma attraverso se stessa racconta anche qualcosa di tutti noi.

Malinconia creativa e il richiamo a Pascoli

Una tonalità particolare attraversa molte pagine della raccolta poetica: una malinconia sana, una malinconia creativa, di chi guarda la vita con attenzione e ne percepisce la precarietà. Nella poesia di Landro malinconia e speranza convivono. La consapevolezza della caducità non cancella la bellezza: la rende più intensa. È una malinconia profondamente esistenziale, che nasce dall’ascolto della vita e dalla percezione del suo carattere irripetibile. La natura costituisce uno degli interlocutori privilegiati della poetessa. Il filo d’erba del titolo ne è il simbolo più evidente, ma intorno a esso si costruisce un universo fatto di luce, vento, foglie, terra, stagioni e paesaggi. Non si tratta di semplice descrizione naturalistica. Gli elementi della natura vengono interiorizzati e diventano segni dell’esperienza umana. In questo si può cogliere, come lontana consonanza, la lezione di Giovanni Pascoli, soprattutto nella capacità di riconoscere nel piccolo una profondità inattesa.

Versificazione moderna e i modelli letterari

Uno dei meriti della raccolta è il riuscito equilibrio fra temi della tradizione e sensibilità contemporanea. Amore, natura, memoria, famiglia, fede, tempo, dolore e speranza sono temi antichi quanto la poesia stessa. Ciò che cambia è il modo di attraversarli. Caterina Landro sceglie una versificazione libera e discorsiva, moderna, capace di seguire il movimento naturale del pensiero e dell’emozione. Non rinuncia tuttavia alla musicalità e alla cura della parola. In questo dialogo ideale con la tradizione si possono richiamare la limpidezza affettiva di Umberto Saba, l’essenzialità di Giuseppe Ungaretti e la tensione spirituale di Mario Luzi: coordinate culturali entro le quali si colloca la voce personale dell’autrice.

La pedagogia dello sguardo

Il punto nel quale la raccolta acquista il suo significato più originale è forse questo: la sua capacità di esercitare una vera pedagogia dello sguardo. Caterina Landro educa attraverso il modo in cui guarda. Ci invita a rallentare. A osservare. A ricordare. A riconoscere. A restituire valore a ciò che la consuetudine ha reso invisibile. In un tempo dominato dalla velocità e dalla distrazione, questa funzione della poesia assume un valore particolare. Siamo circondati da immagini, ma non sempre sappiamo più vedere. Possediamo moltissime parole, ma spesso abbiamo smarrito la capacità di ascoltarle. La poesia può restituirci entrambe. Questa è la pedagogia dello sguardo proposta, quasi sommessamente, da Caterina Landro: educarci a uno sguardo umano. Educarci a vedere il grande nel piccolo, l’universale nel particolare, l’invisibile dentro il visibile. Per comprendere il titolo bisogna allora compiere un gesto semplice ma non facile: fermarsi davanti a un filo d’erba e guardarlo davvero.

Sintesi dell’opera

Alla fine della lettura, L’universo in un filo d’erba appare come una raccolta nella quale le diverse dimensioni dell’esistenza trovano una sintesi poetica personale e riconoscibile. È una poetica dei sentimenti, perché nasce dall’interiorità. È una antropologia dei sentimenti, perché trasforma l’esperienza individuale in testimonianza dell’umano. È una poesia capace di coniugare tradizione e contemporaneità, conservando i grandi temi della lirica e affidandoli a una voce e a una versificazione pienamente attuali. È una poesia della maturità, perché rivela una più consapevole padronanza della parola e della costruzione del verso. Ma soprattutto è una poesia dello sguardo.

La poesia come forma di resistenza

Caterina Landro ci ricorda che il mondo non è necessariamente diventato più povero di bellezza: forse siamo noi ad aver smarrito, qualche volta, la capacità di vederla la bellezza, di ascoltarla. La poesia può allora diventare una forma di resistenza alla distrazione, restituendo profondità alle cose, dignità ai sentimenti, valore alla memoria, significato ai luoghi. Ecco perché questo libro non chiede soltanto di essere letto. Chiede di essere attraversato. Chiede di essere ascoltato. Chiede, soprattutto, di cambiare per un momento il nostro modo di guardare. Perché dopo una poesia autentica qualcosa dovrebbe rimanere diverso: una parola, un ricordo, una luce, un paesaggio. Forse persino un semplice filo d’erba. E se quel filo d’erba, dopo aver letto Caterina Landro, non ci apparirà più soltanto come un filo d’erba, allora la poesia avrà già compiuto il suo compito più alto: restituirci alla realtà con occhi nuovi.

Tags: BriaticoCaterina LandroPoesiaReggio CalabriaUniverso filo d'erba
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