Ci sono decisioni che non fanno rumore subito. Non provocano piazze piene, non accendono sirene mediatiche nell’immediato. Scivolano tra le righe di una delibera, passano attraverso una votazione disciplinata, si vestono di linguaggio tecnico. Eppure, lentamente, scavano. Entrano nella percezione collettiva come una goccia ostinata che cade sempre nello stesso punto: fiducia, dignità, senso dello Stato.
L’istituzione di due sottosegretari nella Regione Calabria, con uno stipendio da circa 14.000 euro al mese ciascuno, è una di queste decisioni. Circa un milione di euro all’anno in più, è stato calcolato: a carico dell’Ente, a carico dei cittadini. Una cifra che, nella contabilità politica, viene trattata come una variabile marginale. Ma nella vita reale è una linea di confine: tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo, tra ciò che serve ai cittadini e ciò che serve al sistema.
Questa volta non ci sono ambiguità. Non è una conseguenza inevitabile, non è un vincolo imposto da normative superiori. È una scelta politica pura, voluta e sostenuta dalla maggioranza che governa la Regione, sotto la guida del presidente Roberto Occhiuto. E proprio per questo pesa di più. Perché quando una decisione è libera, rivela davvero chi sei.
E allora bisogna dirlo senza attenuanti: questa è una scelta sbagliata. Non solo economicamente discutibile, ma eticamente fragile, politicamente miope, socialmente offensiva. Perché la Calabria non è un foglio Excel. Perché questa non è semplicemente una questione di spesa pubblica. È una questione di visione. O meglio, della sua assenza.
La Calabria è un pronto soccorso dove si aspetta troppo. È un reparto che chiude, un medico che manca, una famiglia che parte all’alba per curarsi altrove. È una scuola che resiste tra crepe e sacrifici, un insegnante che supplisce alle assenze dello Stato, un ragazzo che studia sapendo che forse dovrà andarsene. È una terra che chiede normalità e riceve, troppo spesso, eccezioni.
In una regione dove la sanità è spesso raccontata attraverso storie di viaggi della speranza, di reparti chiusi, di personale insufficiente; dove la scuola è costretta a fare miracoli con strutture fragili e risorse limitate; dove il lavoro è un miraggio che spinge intere generazioni lontano da casa, scegliere di aumentare i costi della politica non è solo discutibile. È una forma di cecità istituzionale. O peggio: è indifferenza.
In questo contesto, aumentare i costi della politica non è neutro. È un gesto simbolico potentissimo, pesantissimo. È dire, implicitamente: possiamo permettercelo. Anche quando la realtà racconta il contrario. È il messaggio di una politica che continua a chiedere sacrifici senza darne l’esempio. Che parla di rigore ma pratica l’eccesso. Che invoca il bene comune ma protegge interessi ristretti. Mentre fuori ci sono cittadini che fanno i conti con servizi insufficienti, con tempi interminabili, con opportunità negate. Fuori c’è una Calabria che non chiede privilegi, ma diritti. Che non pretende favori, ma equità. Che non vuole assistenzialismo, ma dignità.
La maggioranza che ha votato questo provvedimento porta una responsabilità chiara, politica, piena, che non può essere diluita nella retorica della “funzionalità istituzionale”. Perché qui non si tratta di rendere più efficiente la macchina amministrativa. Si tratta di alimentare una struttura che già oggi pesa sulle spalle dei cittadini: consiglieri, assessori, staff, strutture speciali. Un sistema che si autoalimenta. E ogni nuovo incarico, ogni nuova figura apicale, ogni nuova indennità aggiunta, non è solo un costo: è un messaggio. Un messaggio che dice che il potere continua a trovare risorse per sé, mentre fatica a trovarle per gli altri, per i cittadini, di cui dovrebbe prendersi cura.
Si dirà: “non è questo il problema della Calabria”. Ed è vero. Ma è parte del problema. Perché le grandi crisi non nascono solo dagli errori macroscopici, ma dall’accumulo di scelte piccole e coerenti nella direzione sbagliata. Scelte che, una dopo l’altra, costruiscono una cultura politica: quella del privilegio come normalità.
E allora il punto non è soltanto il milione di euro. Il punto è cosa rappresenta quel milione. Rappresenta un’occasione mancata. Un ambulatorio che non apre. Un servizio sociale che non si rafforza. Una scuola che resta com’è. Rappresenta la distanza tra chi governa e chi vive la realtà quotidiana. Una distanza che non è più solo geografica o sociale, ma quasi antropologica. Perché chi ha votato questo provvedimento sembra abitare un tempo diverso. Un tempo in cui la politica può ancora permettersi di crescere, di espandersi, di aggiungere livelli. Ma il tempo reale – quello dei cittadini – è un altro: è il tempo della sottrazione, della necessità, della priorità.
E allora la domanda diventa inevitabile: con quale legittimità morale si decide di spendere un milione di euro all’anno in più per nuovi incarichi politici, mentre restano irrisolti problemi strutturali che toccano la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone?
Governare oggi, soprattutto in una regione fragile come la Calabria, dovrebbe significare ridurre, semplificare, rinunciare. Dare l’esempio. Mostrare che il sacrificio è condiviso, che il rigore non è una parola da usare nei discorsi ma una pratica concreta. Invece accade l’opposto.
E qui emerge la colpa più grave della maggioranza: non aver colto il valore simbolico delle proprie azioni. Non aver compreso che, in un contesto di difficoltà diffusa, ogni privilegio istituzionalizzato diventa una ferita pubblica. Non aver percepito che la credibilità politica non si misura solo nei risultati, ma anche nei segnali.
E questo è un indubbiamente un segnale sbagliato. È il segnale di una politica che continua a pensarsi come un centro da proteggere, più che come un servizio da offrire. Che parla di sviluppo ma investe solo su sé stessa. Che chiede fiducia ma produce distanza. E la distanza, oggi, è il vero rischio.
Perché quando i cittadini smettono di riconoscersi nelle istituzioni, quando percepiscono le decisioni come ingiuste o incomprensibili, non nasce solo la protesta. Nasce qualcosa di più silenzioso e più pericoloso: la disillusione. L’idea che nulla cambi davvero. Che tutto sia già deciso altrove. È così che si indebolisce una comunità.
La Calabria, invece, avrebbe bisogno esattamente del contrario. Di una politica capace di sorprendere con scelte controcorrente. Di rinunciare a ciò che è superfluo per rafforzare ciò che è essenziale. Di dimostrare che governare non è occupare spazi, ma liberarli per gli altri. Un milione di euro in più all’anno non è solo una cifra. È una possibilità. E oggi quella possibilità è stata usata nel modo più sbagliato; nel modo più distante dai cittadini calabresi.





















