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Sagre in Calabria, Nicola Durante: «Usiamole per narrare chi siamo e chi eravamo»

Per l'esperto di marketing territoriale e valorizzazione culturale «con gli eventi enogastronomici è possibile raccontare le nostre comunità»

Di Redazione
13 Agosto 2025
In OPINIONI
Sagre in Calabria, Nicola Durante: «Usiamole per narrare chi siamo e chi eravamo»

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Nicola Durante, esperto di marketing territoriale e valorizzazione culturale.

In un mondo iperconnesso dove la comunicazione sembra sempre più affidata alla velocità dei social, è paradossale scoprire che uno degli strumenti più efficaci per promuovere un territorio rimane tra i più antichi: la festa di paese. Le sagre, le fiere e gli eventi enogastronomici rappresentano molto più di un momento ricreativo, sono veri e propri dispositivi culturali, narrativi e identitari.

In Calabria, terra di contrasti, di borghi in bilico tra lo spopolamento e la rinascita, la sagra assume un valore che va ben oltre il folklore. Quando è ben progettata e radicata nel tessuto locale, essa diventa un’occasione per raccontare ciò che altrove si dimentica: le mani che impastano, i saperi che si tramandano, la memoria collettiva che prende forma nei gesti quotidiani. Non è un caso se proprio gli eventi enogastronomici rappresentano oggi una delle leve più potenti di marketing territoriale, specialmente nelle aree interne.

Definire il marketing territoriale

Ma, per capire questo legame tra sagre e promozione territoriale, serve prima ridefinire cosa si intende per “marketing territoriale“. Perché non si tratta di uno slogan, né di una campagna pubblicitaria, e nemmeno di un semplice strumento per attrarre turisti. È qualcosa di più profondo, un processo strategico che punta a far emergere l’identità di un luogo, a renderlo riconoscibile e attrattivo non solo per chi viene da fuori, ma prima di tutto per chi ci vive.

Il marketing territoriale non inventa nulla, ma fa emergere ciò che c’è già. Lo valorizza, lo rende visibile, lo organizza in un racconto coerente. E le sagre, in questo senso, sono capitoli fondamentali di quel racconto.

Le sagre come dispositivi narrativi del territorio

In Calabria, parlare di sagra significa parlare di un tessuto culturale e sociale ancora vivo, di una cultura alimentare profondissima, con una rete diffusa di borghi dalla forte identità, un patrimonio di saperi antichi che resistono nel tempo. Ogni borgo, ogni paese ha infatti almeno una festa annuale dedicata a un prodotto tipico, a un santo, a un momento del ciclo agricolo. Questi eventi non sono mai solo gastronomici, ma sono rituali collettivi, spazi di relazione, occasioni in cui il territorio si racconta, si apre, si mete in scena attraverso il cibo, la musica, l’artigianato, le persone e si manifesta così l’identità profonda di una comunità. Pensiamo alle decine di sagre che si svolgono ogni estate in Calabria: dal peperoncino alla cipolla, dal pane ai sapori del mare, dalla ‘nduja ai formaggi, sconfinando in autunno con olio, vino, castagne e tanto altro. Ogni prodotto tipico è un linguaggio. Ogni prodotto tipico porta con sé un universo di saperi e pratiche. Non parliamo solo di gusto, ma di paesaggi, di storie familiari, di cicli produttivi legati alla terra. Non è solo un sapore da assaggiare, ma una storia da raccontare. Una storia fatta di stagioni, mani, gesti, memorie. Quando queste storie vengono messe in scena in modo autentico, coinvolgendo chi le custodisce, allora un evento può diventare qualcosa di molto più grande: un rito collettivo, un atto di riconoscimento reciproco.

In questo senso, le sagre diventano piattaforme esperienziali, esperienze immersive in un territorio, non sono eventi da fruire passivamente, ma da vivere. E nel viverle si attivano connessioni, tra visitatori e residenti, tra passato e presente, tra economia e cultura. Si genera valore. Valore che resta. Un evento ben pensato, integrato in una strategia territoriale, può diventare un vero motore di sviluppo locale. Attira flussi, genera indotto, mette in moto competenze, ma soprattutto stimola la narrazione condivisa di un’identità. La festa, se fatta bene, racconta chi siamo e rafforza il senso di appartenenza. E quando le persone si riconoscono in quel racconto, nasce qualcosa di ancora più potente: l’orgoglio. E senza orgoglio identitario, nessun brand territoriale è sostenibile nel tempo.

Le comunità al centro: protagoniste, non comparse

La vera sfida del marketing territoriale oggi è rimettere al centro le comunità. Non come pubblico da coinvolgere all’ultimo momento, ma come veri attori del cambiamento. Un territorio non si valorizza dall’alto, si costruisce dal basso. Con pazienza, con ascolto, con progettazione partecipata. Una sagra, un festival, un evento enogastronomico sono solo contenitori, il contenuto lo dà chi li anima. Le persone, gli abitanti. Sono loro che detengono la memoria, i gesti, le ricette, i racconti. Sono loro che possono trasformare un evento in un’esperienza autentica. Per questo, ogni iniziativa efficace è anche un atto di restituzione nel riconoscere e valorizzare il capitale umano locale. Quando una comunità si riconosce in un progetto, lo abita, lo fa suo e lo difende. È in questo passaggio che il marketing territoriale cambia pelle, da operazione comunicativa diventa processo culturale.

E qui la Calabria ha molto da insegnare. Perché, nonostante le difficoltà strutturali, molti territori della regione continuano a produrre eventi che riescono a mettere insieme tradizione e innovazione, locale e globale, passato e futuro. Quello che serve è consolidare questo patrimonio diffuso, non spegnerlo con logiche burocratiche o centralistiche, ma accompagnarlo nel mondo, offrendo strumenti, formazione, visione. Perché ogni sagra può essere un piccolo laboratorio di cittadinanza attiva, di economia generativa, di narrazione condivisa. Un territorio è forte quando la sua comunità è orgogliosa di raccontarlo. Ed è proprio qui che si gioca il futuro delle aree interne: sulla capacità delle persone di riconoscersi parte di un progetto più ampio, di vedere nel proprio contributo quotidiano un tassello di una strategia collettiva.

Un patto culturale per la Calabria che vuole raccontarsi

Promuovere una regione come la Calabria non significa inseguire modelli esterni o format preconfezionati. Significa, al contrario, partire da ciò che si è, e accompagnare quel patrimonio di saperi, di storie, di relazioni, verso forme nuove di valorizzazione. Le sagre, se ben progettate, possono diventare strumenti efficaci di sviluppo. Ma questo richiede un cambio di prospettiva, smettere di considerarle eventi di folklore e iniziare a riconoscerle come occasioni strategiche di coesione e di narrazione territoriale. La Calabria ha bisogno di riconoscere, e far riconoscere, la forza straordinaria delle sue comunità. C’è bisogno di un processo collettivo, che coinvolge amministrazioni, operatori, cittadini. È un patto culturale tra generazioni, tra chi resta e chi ritorna, tra chi produce e chi racconta. E gli eventi enogastronomici sono il linguaggio più diretto e coinvolgente per scriverlo.

Occorre dunque una nuova visione, capace di coniugare tradizione e contemporaneità, economia e cultura, identità e accoglienza. Occorre fiducia nelle comunità locali, nei loro saperi, nella loro capacità di auto-organizzarsi. La Calabria ha dentro di sé tutto ciò che serve. Ha il paesaggio, il cibo, la storia, la bellezza, ma soprattutto ha le persone. E se queste persone verranno messe nella condizione di raccontarsi, di costruire insieme, allora anche la più piccola sagra di paese potrà diventare il primo passo verso un nuovo modello di sviluppo, più equo, più sostenibile, più vero. In Calabria ci sono piccoli paesi che possono offrire grandi esempi, e da lì,costruire il futuro.

Tags: CalabriaEnogastronomiasagre
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