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Vibo, al Morelli incontro con Vincenzo Chindamo: «L’omicidio di mia sorella voleva essere una lezione per tutte»

Il racconto agli studenti di uno dei casi di cronaca più macabri degli ultimi anni: «Parlo per trasformare il sangue in inchiostro»

Di Redazione
16 Gennaio 2025
In SOCIETÀ
Vibo, al Morelli incontro con Vincenzo Chindamo: «L’omicidio di mia sorella voleva essere una lezione per tutte»

Un momento dell'incontro

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Una narrazione certosina, coinvolgente, ordinata, di uno dei casi di cronaca più efferati, enigmatici e celebri dell’ultimo decennio. Ragazzi attenti per ascoltare la storia di Maria Chindamo: uccisa per mano della ’ndrangheta e data in pasto ai maiali. Narrata dal fratello Vincenzo, diventato negli anni attivista di primo ordine, sensibilizzatore, autentico uomo di lotta. Una mattinata potente, perché esistono vicende, che per quanto conosciute e raccontate, non si archivieranno mai: esse continuano ad avere il potere di scardinare emozioni forti, brividi penetranti, sensazioni intestine.

La terza giornata della quinta edizione del Festival delle Arti, dal titolo “Mediterraneo da scoprire”, organizzato dal Liceo Morelli-Colao, diretto artisticamente dalla professoressa e scrittrice, Titti Preta, ha visto un momento importante, un racconto vigoroso e di esortazione, con la collaborazione dell’associazione Libera.  Ad introdurre i lavori la direttrice artistica, che ha ricordato anche la storia di Rossella Casini. «Ho voluto da subito questo evento, affinché i nostri studenti possano riflettere e condividere l’arte della parola, mezzo di conoscenza e progresso». Far comprendere ai più giovani come sia necessario lottare, su questo è intervenuta la professoressa e avvocato, Caterina Inzillo: «Viviamo l’abbandono di queste terre, ma solo rimanendo si può costruire un futuro migliore. Io mi sono immedesimata nel dolore atroce di questa famiglia, che non ha mai potuto avere un corpo dove raccogliersi. Maria Chindamo ha pagato lo sconto di voler essere libera, indipendente, viva».

Il racconto di Vincenzo Chindamo

«Da otto anni, non da solo, porto avanti un esercizio di testimonianza, mettendo insieme le forze di questa terra. Siamo qui per parlare di una tragedia, ma anche per rimboccarci le maniche, perché il sangue possa diventare inchiostro. Otto anni fa, mentre mi preparavo per andare a lavorare, ricevetti una telefonata, che cambiò per sempre la mia vita. Io e Maria siamo cresciuti in una famiglia tranquilla. Maria a scuola aveva conosciuto Ferdinando, che poi sarebbe diventato l’amore della sua vita. Si innamorarono e decisero di mettere su famiglia. Tuttavia, Maria allo stesso tempo, aveva studiato per diventare commercialista, si era abilitata alla professione, sino ad aprire il suo studio. Nella famiglia di Maria Chindamo si respirava aria di libertà. Sicché, ad un certo punto, si rese conto che l’amore coniugale non era più quello di prima, si stava spegnendo e allora decise che si sarebbe voluta separare».

La cultura del possesso

L’antropologia dell’amore lottizzato, Vincenzo Chindamo si è soffermato su questo concetto: «La famiglia di Nando interviene e gli fa capire di essere un uomo non all’altezza, perché non sa trattenere la libertà della moglie. Nando subiva e soffriva, fino ad entrare in una depressione fitta e arrivare a togliersi la vita. E lì la colpa ricade non su un padre opprimente, maschilista, patriarcale, che ha schiacciato un figlio, ma su Maria, la quale inizia ad essere ostacolata in tutto. Dovette cambiare vita: lasciando la casa coniugale, ma continuando a gestire l’azienda agricola, che aveva avviato con il marito. Non voleva cedere, da persona forte quale era, la conduzione di quelle terre a nessuno. E piano piano aveva ritrovato il sorriso, anche la voglia di amare.

Ma la mattina del 6 maggio 2016 davanti alla sua azienda l’aspettava un commando esecutivo, per fargliela pagare. Lì Maria è stata aggredita brutalmente. Anni dopo, forse grazie ai tanti appelli e al tanto attivismo, qualche collaboratore di giustizia ha iniziato a parlare e sono partite le indagini con presunti colpevoli. Alla volontà punitiva si è sommato l’appetito della ’ndrangheta sui suoi terreni». Una convergenza di mali anche dimostrativa: «Volevano dare una lezione a tutte voi, poiché le donne devono stare in un recinto. L’esecuzione è stata in pubblica piazza sulla strada che porta a Limbadi, il corpo è stato fatto scomparire, dato ai maiali: epilogo terrorizzante. Il silenzio di quella mattina davanti ai cancelli mi ha fatto avvertire una rabbia incontenibile, che provo ancora, per questo sono qui oggi».

Una esortazione energica nel discorso di Maria Joel Conocchiella, del coordinamento di Libera: «Vincenzo sta rappresentando tutti i parenti delle vittime di mafia, ci sta facendo un dono. Le mafie uccidono tutti indistintamente, sia donne che bambini. Maria Chindamo è vittima di una violenza mafiosa e patriarcale, qualcuno sostiene persino che non esista il patriarcato. Nei nostri territori la questione di genere si acuisce. In Calabria bisogna restare in maniera attiva. Oggi c’è una terza via: si tratta delle donne, cresciute in contesti criminali, che si ribellano, vogliono autodeterminarsi». Un evento dai contenuti forti, che ha mantenuto i ragazzi con gli occhi sbarrati: la realtà va saputa narrare.

Tags: Maria ChindamoVincenzo Chindamo
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