Riceviamo e pubblichiamo in intervento a firma del poeta e giornalista vibonese Michele Petullà.
Il consiglio comunale aperto che si tiene oggi a Vibo Valentia non è un luogo di discussione amministrativa, ma diventa uno spazio simbolico di responsabilità collettiva. Si è chiamati a prendere la parola non per routine istituzionale, ma per riaffermare valori fondamentali che tengono insieme la nostra comunità. L’atto intimidatorio, di vera e propria aggressione, rivolto al Presidente del Consiglio comunale, Antonio Iannello, è un gesto vile, grave, inaccettabile.
Colpisce una persona, innanzitutto, nella sua serenità, nella sua sicurezza, nella sua dignità. A lui va la nostra solidarietà piena, sincera e senza ambiguità, come uomo e come rappresentante delle istituzioni democratiche. Nessun ruolo pubblico può mai giustificare la paura, nessuna funzione istituzionale può trasformarsi in un bersaglio.
Ma questo gesto colpisce anche qualcosa di più ampio: colpisce l’idea stessa di istituzione come bene comune. Quando si tenta di intimidire chi esercita un mandato democratico, non si colpisce solo una persona, ma si prova a incrinare il patto di fiducia tra cittadini e democrazia. È un messaggio pericoloso, che non possiamo permettere passi sotto silenzio.
Dobbiamo dirlo con chiarezza: le istituzioni non sono un’entità astratta, ma sono fatte di persone che si assumono la responsabilità di servire la collettività. Intimidire un rappresentante istituzionale significa delegittimare il confronto, rifiutare le regole condivise, scegliere la scorciatoia della minaccia al posto della fatica del dialogo.
Questo episodio ci obbliga a una riflessione più profonda, che va oltre la condanna immediata e necessaria. Un atto intimidatorio è sempre anche il sintomo di un disagio culturale e sociale: la difficoltà crescente ad accettare il dissenso, la tendenza a personalizzare il conflitto, l’incapacità di riconoscere l’autorità delle istituzioni quando non coincidono con i propri desideri o interessi.
Viviamo in un tempo in cui la parola pubblica si è spesso impoverita, in cui l’aggressività verbale precede e prepara quella materiale, in cui l’idea di “forza” viene confusa con la sopraffazione.
È qui che il problema diventa educativo, prima ancora che giudiziario. Per questo la risposta non può limitarsi alla repressione, pur doverosa. Deve essere una risposta culturale, etica, pedagogica, capace di incidere nel tempo. Come comunità e come istituzione possiamo e dobbiamo assumerci alcuni impegni chiari. In primo luogo, un investimento serio e continuativo sull’educazione civica, intesa non come materia astratta ma come pratica quotidiana di cittadinanza.
In collaborazione con le scuole, le associazioni culturali e il terzo settore, è necessario promuovere percorsi che aiutino soprattutto le giovani generazioni a comprendere il valore delle istituzioni, il rispetto dei ruoli, la distinzione tra critica legittima e delegittimazione violenta.
Educare alla democrazia significa educare alla complessità, al limite, alla responsabilità delle parole e dei gesti. In secondo luogo, occorre costruire e rafforzare un patto civico di comunità, che non sia solo una dichiarazione d’intenti, ma un’assunzione pubblica di responsabilità condivisa.
Un patto che affermi con forza che il conflitto è parte della democrazia, ma che la violenza – fisica, verbale o simbolica – ne è la negazione. Un patto che coinvolga amministratori, forze sociali, mondo dell’educazione, realtà religiose e culturali, affinché il rifiuto dell’intimidazione diventi un principio non negoziabile.
In terzo luogo, è fondamentale una presa di parola istituzionale costante e coerente. Non solo nei momenti di emergenza, ma nella quotidianità dell’azione politica. Ogni linguaggio che banalizza l’odio, ogni silenzio di fronte a comportamenti intimidatori, ogni ambiguità nel condannare la violenza contribuisce a renderla possibile. Le istituzioni hanno il dovere di dare l’esempio, anche nel tono, nei gesti, nello stile del confronto.
Essere solidali oggi significa dunque non limitarsi a un atto formale, ma trasformare questa ferita in un’occasione di crescita civile. Significa dire, con una sola voce, che nessuno sarà lasciato solo, che chi serve le istituzioni non è un bersaglio, che la nostra comunità non accetta scorciatoie violente. Essere solidali oggi significa non lasciare solo il presidente del consiglio comunale, ma anche non lasciare sola la nostra comunità di fronte a ciò che questo gesto rappresenta.
Difendendo il presidente del consiglio comunale, difendiamo qualcosa che riguarda tutti noi: la possibilità di vivere in una comunità in cui il dissenso non fa paura, in cui la parola conta più della minaccia, in cui la democrazia non è fragile perché è condivisa.
Perché difendere una persona colpita, difendere oggi il presidente del Consiglio, significa, in fondo, difendere l’idea stessa di comunità che vogliamo essere. Trasformiamo dunque questo episodio grave in un’occasione di consapevolezza e di responsabilità collettiva. Dimostriamo che la nostra risposta non è la paura, ma una democrazia più matura, più vigile, più giusta. Questa è la risposta più forte che possiamo dare. Ed è una responsabilità che non possiamo delegare a nessun altro.


















