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Home CONTROCORRENTE

Agosto in Calabria: il mese delle feste e delle piazze piene, ma poi ricomincia il tempo delle partenze

Di Michele Petullà
22 Agosto 2026
In CONTROCORRENTE
Spilinga Sagra 'Nduja

Agosto, in Calabria, è il mese delle contraddizioni. È forse il più allegro, il più rumoroso, il più festoso dell’anno. Ma è anche, paradossalmente, quello che porta con sé una malinconia più sottile e profonda. Perché agosto è il mese dei ritorni, ma anche quello in cui, lentamente, si prepara, nuovamente, il momento delle partenze.

Per alcune settimane i paesi cambiano volto. Le strade si riempiono di automobili, le case chiuse per mesi riaprono porte e finestre, i bar tornano a occupare le piazze con tavolini e sedie, le voci si moltiplicano fino a tarda sera. Le feste patronali, le processioni, le bande musicali, le sagre, i concerti e le iniziative culturali restituiscono ai centri abitati un’energia che durante l’anno sembra essersi smarrita.

E poi ci sono i giovani. Quelli che studiano fuori, quelli che lavorano al Nord, quelli che vivono all’estero, quelli che sono partiti da poco e quelli che ormai hanno costruito altrove gran parte della propria vita. Ad agosto tornano. Si ritrovano nelle piazze, nei locali, sulle spiagge, nei luoghi della loro adolescenza. Si abbracciano, ridono, raccontano le loro vite lontane.

Per qualche settimana la Calabria sembra ringiovanire. Ma è proprio questa immagine, così bella e insieme così fragile, a raccontare una delle sue contraddizioni più profonde.

Le piazze tornano a vivere

Durante l’inverno molte piazze calabresi sembrano attendere. Ad agosto, invece, si riempiono nuovamente di vita. I bambini giocano, gli anziani osservano seduti davanti ai bar, le famiglie passeggiano, i ragazzi si incontrano. Si torna a parlare nelle strade, a salutarsi senza appuntamento, a riconoscersi. La piazza recupera la sua funzione più antica: essere il luogo della comunità.

E in quella piazza ritornano anche persone che, durante il resto dell’anno, sono lontane. Ci sono emigrati che rientrano con le automobili cariche e i figli nati altrove. Ci sono giovani che rivedono gli amici dopo molti mesi. Ci sono famiglie che per qualche settimana ricompongono una quotidianità interrotta dalla distanza. Il paese diventa improvvisamente una grande casa comune. Ma c’è qualcosa che rende questa festa diversa dalle altre: tutti sanno che durerà poco.

I giovani e la libertà di restare

È soprattutto guardando i giovani che agosto diventa una lente attraverso la quale osservare la Calabria. Li vediamo nelle piazze, nei locali, sulle passeggiate dei lungomare, nelle feste. Li vediamo sorridere, innamorarsi, ritrovare vecchie amicizie. E viene spontaneo pensare: eccoli, i nostri giovani.

Ma subito dopo dovrebbe sorgere una domanda più scomoda: perché molti di loro, per vivere e lavorare, devono andare via? Partire può essere una scelta legittima e persino necessaria per crescere, studiare, conoscere il mondo. Il problema nasce quando partire non è più una scelta, ma l’unica possibilità.

Un giovane dovrebbe poter dire: «Voglio andare». Ma dovrebbe poter dire anche: «Voglio restare». Questa è la vera libertà. La libertà di restare! Il diritto di restare! Restare nella propria terra non dovrebbe significare rinunciare alle proprie ambizioni. Un ragazzo calabrese dovrebbe poter studiare, lavorare, fare ricerca, creare un’impresa, costruire una professione e una famiglia senza essere costretto a cercare altrove ciò che qui non trova. Il problema, dunque, non è che i giovani partano. È che troppo spesso non siano messi nelle condizioni di scegliere se partire oppure restare.

Dopo ferragosto cambia il vento

Poi arriva Ferragosto. È come se, superata quella soglia simbolica, l’estate cominciasse improvvisamente a prendere congedo. Le prime automobili cariche di valigie lasciano i paesi. Qualcuno deve rientrare al lavoro. Qualcuno accompagna i figli alla stazione o all’aeroporto. Qualcuno anticipa la partenza per evitare il traffico.

Poi partono gli altri. La piazza, che pochi giorni prima sembrava troppo piccola per contenere tutte quelle persone, comincia lentamente a svuotarsi. Un tavolino in meno davanti al bar. Una finestra che torna chiusa. Una voce che non si sente più. Un gruppo di ragazzi che saluta gli amici. Un’automobile che imbocca la strada verso Nord. Poi un’altra. E un’altra ancora.

Non c’è bisogno di grandi discorsi per capire cosa sta accadendo. Basta guardare. Le luminarie sono ancora accese, ma la festa sembra già lontana. Le sedie davanti ai locali diminuiscono. I bambini sono meno numerosi. Le strade tornano silenziose. La Calabria ricomincia a spopolarsi davanti ai nostri occhi.

La malinconia di una festa che finisce

È questa, forse, la vera malinconia di agosto. Non soltanto sapere che l’estate finisce, ma vedere quanto rapidamente una comunità possa tornare fragile quando vengono meno le persone che la animano.

Per qualche settimana sembra che il problema dello spopolamento sia scomparso. In realtà è soltanto sospeso. Agosto è una parentesi. Una bellissima parentesi. Ma pur sempre una parentesi.

E allora la domanda non può essere soltanto quanto turismo riusciremo a portare nei nostri paesi durante l’estate. Dobbiamo chiederci quanta vita riusciremo a costruire durante l’intero anno. Perché una piazza piena per quindici giorni è una bella fotografia. Una piazza piena dodici mesi all’anno è un progetto di comunità.

Non bastano le feste

Le feste sono importanti. Lo sono per l’economia, per la socialità, per la cultura popolare, per il senso di appartenenza. Ma non possono diventare il modo attraverso il quale una comunità si illude di essere viva.

La vita di un paese si costruisce anche con il lavoro, i servizi, la scuola, la sanità, i trasporti, le infrastrutture, la cultura, le opportunità per i giovani. Soprattutto con il futuro.

Perché un paese può avere la piazza piena in agosto e continuare, contemporaneamente, a perdere abitanti. Può avere migliaia di presenze estive e non riuscire a trattenere un ragazzo di venticinque anni. Può riempire i locali e svuotare le case. Questa è la contraddizione che dovremmo avere il coraggio di guardare senza retorica.

Agosto come specchio della Calabria

Agosto, allora, non è soltanto un mese. È uno specchio. Ci mostra la Calabria che vorremmo avere tutto l’anno: giovane, vitale, partecipata, capace di stare insieme.

Ma ci mostra anche quella che rischiamo di perdere: i giovani che partono, le famiglie divise dalla distanza, i piccoli centri che invecchiano, le case che restano chiuse per mesi, i luoghi che lentamente perdono voci e relazioni.

Per questo agosto è insieme festa e malinconia. È il mese in cui i figli tornano a casa e quello in cui ricominciano a preparare le valigie. È il mese delle piazze piene e quello che precede le piazze vuote. È il mese in cui la Calabria sembra ritrovare i suoi giovani e quello in cui deve nuovamente salutarli.

La vera sfida, però, non dovrebbe essere convincerli a tornare ogni estate. Dovrebbe essere creare le condizioni perché, un giorno, possano tornare senza dover ripartire. Perché il diritto di partire è libertà. Ma anche il diritto di restare dovrebbe esserlo. E forse il sogno più bello per una Calabria che si spopola è proprio questo: arrivare a un agosto nel quale le valigie non siano più soltanto quelle dei giovani che tornano per le vacanze, ma anche quelle di chi decide, finalmente, di tornare per costruire qui il proprio futuro.

Allora le piazze non saranno più piene soltanto perché è agosto. Saranno piene perché c’è vita. E non soltanto per qualche settimana. Ma tutto l’anno!

Tags: AgostoCalabriaFerragostoPiazza
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