Nicotera ha un animo antico e culturalmente movimentato, lo si capisce osservando principalmente l’architettura delle botteghe. Una natura viva e commerciale, umanamente brulicante, che racconta di secoli trascorsi. Il quartiere ebraico della città è un micromondo, sopravvissuto a se stesso, condensatore di tempo: restituisce con compostezza il passato al viandante, dicendogli sottovoce: «Qui si è fatta la storia».
E infatti, per molti versi, è come se si annusassero alcune atmosfere di Elsa Morante ne “La Storia”, e si cogliesse a pieno la biforcazione tra la “Storia” con la maiuscola e quella con la minuscola.

La nascita del quartiere
Ci siamo inoltrati nella Giudecca di Nicotera, fondata nel XIII secolo, in compagnia dell’assessore alla Cultura, Giuseppe Leone, appassionato custode e divulgatore, e con una pittrice del posto, Domenica Vecchio. Una passeggiata in punta di piedi, per cogliere ogni sfumatura.
A farci da guida l’assessore Pino Leone: «La presenza degli ebrei qui a Nicotera l’abbiamo registrata già nel 1211. Quando Federico II scelse la nostra città per portare questa comunità, in quanto c’era un porto efficiente, al punto che il sovrano lo elevò a scalo principale del suo impero, insieme ad Amalfi, Brindisi, Salerno e Napoli. È lo stesso Federico II a scrivere di aver intenzionalmente voluto costruire questo quartiere “all’ombra del castello e della cattedrale”, per separare gli ebrei dagli abitanti locali, che ovviamente erano di fede cattolica. Si trattava di una comunità folta: nel 1276 Nicotera risulta la città più popolosa, perché vivevano solo nel ghetto 2.000 / 2.500 persone. L’economia era fiorente: Federico II aveva affidato agli ebrei il settore creditizio».
L’evoluzione della comunità
Mentre l’assessore Leone ricostruisce minuziosamente la storia del quartiere, le campane della cattedrale suonano poeticamente, conferendo tono all’eloquio: «Gli ebrei portarono a Nicotera la cultura dell’allevamento del baco da seta, aprirono le tintorie, le quali utilizzano l’indaco. Si lavorano l’oro, la seta. Si praticava anche molto l’agricoltura in pianura, esportando prodotti agricoli persino fuori dal perimetro italiano. Con l’arrivo degli Angioini gli abitanti del ghetto iniziarono ad avere qualche problema: fu introdotta una tassa per esercitare il culto».
Alla fine del Quattrocento calò progressivamente il sipario sul quartiere con l’avvento degli Aragonesi: «Nel 1492 venne emanato l’editto di espulsione degli ebrei da tutto il regno. E così iniziò l’esilio da questo quartiere. Nel 1510 un altro editto di espulsione definitiva decretò, in sostanza, la fine di questo luogo. Quanti intendevano rimanere avrebbero dovuto abiurare la propria religione, cambiare il cognome e sposarsi con cattolici, rimanendo, comunque, “marrani”. Il quartiere si è spopolato, l’economia è sfiorita, le case sono state abbandonate e poi modificate. Probabilmente per secoli c’è stata una sinagoga, che sorgeva come da tradizione nella parte alta del quartiere, andata poi perduta». L’assessore ci ha raccontato dell’interessamento della stampa estera per il luogo: «Nel 2023 France 2 ha fatto un bel servizio, con buoni ascolti».
La vita nella quotidianità
Nel percorrere la giudecca, Domenica Vecchio, che di Nicotera conosce e rappresenta ogni angolo, ogni sentimento, ha fatto notare quanto vitale potesse essere la quotidianità del quartiere. Bambini, animali, rumori di ogni genere, vociare, tra quelle case addossate, dove il confine tra una porta e l’altra era, praticamente, inesistente, e lo spazio superpopolato. La passeggiata si è conclusa sotto la cattedrale ai piedi del campanile, davanti a un museo di arte sacra, seminario fino al 1908. Domenica ci ha raccontato di trasferire nella sua arte il calore e la generosità che trova per le strade del suo borgo. E con occhi pieni di immaginazione dal quartiere ebraico abbiamo ripercorso a salire Nicotera, intercettando parlate sudamericane: sui balconi, in strada, sotto gli alberi. La vita dei centri è un magma, anche dietro un apparente stagno.





































