Laddove la pietra arenaria dell’altopiano del Poro si piega al passaggio dei venti tirrenici e lo sguardo spazia tra la costa e i rilievi dell’entroterra, sorge una vera e propria Città di Pietra, sospesa in un tempo senza fine: le Grotte di Zungri. A breve distanza dal borgo di Zungri e dalle scogliere luminose della Costa degli Dei, basta muovere i primi passi lungo un sentiero gradinato immerso nella natura più viva per avvertire quell’emozione sottile, quasi tangibile, che accompagna la scoperta.

Man mano che la vegetazione si apre, la macchia mediterranea cede la scena a una visione d’eccezione: tra il verde delle pendici del Monte Poro compare improvvisamente la cosiddetta “piccola Petra calabrese”, un complesso di circa tremila metri quadrati interamente ricavato dalla roccia viva.

Alla scoperta della sua storia e segreti spesso troverete ad accompagnare i visitatori in questo affasciante viaggio un cicerone d’eccellenza, Maria Caterina Pietropaolo, direttrice e responsabile del Museo della civiltà contadina e delle grotte di Zungri, che col suo profondo amore per questo sito e grande professionalità, affascina gli ospiti offrendo un’esperienza culturale unica nel suo genere.
Da poco rientrata dalla Fiera del Turismo Internazionale di Rimini, la direttrice con i suoi collaboratori, nello stand della Regione Calabria, in uno spazio apposito, hanno illustrato a migliaia di visitatori provenienti da ogni parte del mondo, l’identità autentica di un borgo che unisce storia millenaria, paesaggi naturali e tradizioni vive, riscuotendo molti apprezzamenti. Negli ultimi anni, infatti, c’è stata una grande crescita di numero e continuità di presenze, posizionando le grotte degli “Sbariàti” tra i siti più amati della provincia.

Il respiro della roccia e il mistero degli Sbariàti
Varcare la soglia di queste cavità non significa semplicemente visitare un sito archeologico, ma compiere un vero viaggio a ritroso nei secoli, sfiorando con le dita la memoria materiale di chi ha fatto della pietra la propria casa. Le pareti di arenaria, friabili eppure tenaci, conservano l’impronta lasciata dagli Sbariàti, l’antica comunità rupestre che abitò e modellò questo luogo. Chi erano davvero questi primi abitanti? L’origine dell’insediamento resta avvolta da un fascino misterioso che accende l’immaginazione dei visitatori e l’interesse degli studiosi.

Le raffinate canalizzazioni scavate per raccogliere e convogliare l’acqua piovana e le sorgenti, unite alla rigida suddivisione tra ambienti domestici e produttivi, richiamano le architetture rupestri del Medio Oriente e del Nord Africa. Questa corrispondenza suggerisce l’arrivo di comunità monastiche o di profughi giunti da lontano — gli “sbariàti”, ovvero i dispersi o gli sfollati — che ritrovarono in questo vallone un rifugio sicuro e familiare.

Un’altra affascinante ricostruzione storica interpreta l’insediamento come un centro produttivo e di deposito a servizio del vicino Kastron di Mesiano, fortilizio strategico la cui presenza è attestata tra l’VIII e il XII secolo. Indipendentemente da quale sia la verità storicamente prevalente, ciò che si percepisce camminando tra la decina di unità rupestri è un’armonia perfetta tra l’uomo e la natura, una capacità quasi poetica di adattare l’architettura alle pieghe della terra.
La vita nella pietra: un’architettura dell’essenziale
Inoltrandosi tra le grotte, disposte su livelli differenti e collegate da camminamenti scavati nell’arenaria, lo sguardo viene catturato dai dettagli di un’esistenza semplice e incredibilmente ingegnosa. Ogni ambiente conserva la traccia precisa della sua antica funzione: I focolari e la vita domestica, con piccole cappe per il fumo incise sui soffitti di roccia e nicchie parietali adibite a scaffali o lucerne raccontano la dimensione intima delle abitazioni.

Le aree produttive, con vasche e palmenti dedicati alla pigiatura dell’uva e alla fermentazione del vino testimoniano la profonda vocazione agricola della comunità, affiancati da ambienti usati come fornaci per la produzione della calce. I magazzini, con grandi cavità e nicchie tondeggianti, servivano per la conservazione delle granaglie e delle scorte alimentari, al riparo dal calore estivo e dal gelo invernale.
I ricoveri per gli animali con ampi spazi inferiori erano destinati alla stalla e alla cura del bestiame, indispensabile risorsa per la sussistenza quotidiana. Osservare questi ambienti così sapientemente distribuiti permette di comprendere una percezione dello spazio del tutto diversa da quella contemporanea. Qui l’essenziale diventava bellezza, e ogni cavità rappresentava una risposta concreta alle necessità primarie di una collettività unita.
La terrazza dei canti e del vento
Il percorso tra le pareti scolpite culmina, infine, su un’ampia terrazza panoramica, dove la roccia si spalanca verso l’orizontale. Arrivare fin lassù regala un senso di profonda serenità. Un tempo, questo affaccio naturale era il punto di ritrovo per i pastori durante le pause dal pascolo e per chi si prendeva cura degli alveari per la produzione del miele.
Da questa rupe sospesa sulla valle, accarezzata dai venti che salgono dal mare, è facile lasciarsi suggestionare dal silenzio e immaginare l’eco delle voci del passato: gli antichi canti popolari di lavoro che gli abitanti intonavano insieme per spezzare la fatica delle giornate, intrecciando storie, preghiere e leggende.
Le Grotte di Zungri sono molto più di una testimonianza del passato: sono un luogo dell’anima in cui il tempo sembra essersi fermato, un santuario di pietra che continua a raccontare a chi sa ascoltare la storia millenaria della resilienza, dell’ingegno e della bellezza della Calabria arcaica.
























