C’è qualcosa di più preoccupante di una campagna elettorale aspra: una campagna elettorale nella quale le parole anziché essere strumenti di confronto diventano armi da scagliare contro l’avversario. Quando il palco si trasforma nel luogo dell’insulto e la piazza applaude la derisione personale, non siamo più soltanto davanti a una caduta di stile. Siamo davanti a un problema che riguarda la qualità della democrazia, la cultura del dialogo e l’esempio che la politica consegna ai cittadini, soprattutto ai più giovani.
A Reggio Calabria, durante la campagna elettorale per le elezioni suppletive della Camera, il confronto fra Francesco Cannizzaro, esponente di Forza Italia e sindaco della città, e Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, è degenerato in uno scambio di espressioni offensive. Vannacci aveva utilizzato il termine «cornuti» rivolgendosi polemicamente ai reggini; Cannizzaro aveva replicato dal palco in dialetto: «Curnutu sì tu e cu nun t’u dice». Le immagini della risposta, accompagnata dal coro della piazza, hanno rapidamente circolato sui social.
Una democrazia adulta non dovrebbe misurare la forza della politica sulla capacità di restituire all’avversario un insulto più sonoro. La politica ha bisogno di una grammatica diversa, nella quale si possa essere durissimi sulle idee, radicali nelle critiche e inflessibili nella denuncia, senza trasformare la persona in un bersaglio. Il conflitto, infatti, è parte essenziale della democrazia. Non lo è invece la normalizzazione dell’aggressività verbale. Contestare una decisione, un programma o un comportamento pubblico è legittimo e necessario; ridurre il confronto a una contesa personale significa, invece, impoverire il dibattito e spostare l’attenzione dai problemi collettivi alla spettacolarizzazione dello scontro.
Il palco, soprattutto quando è occupato da chi esercita responsabilità pubbliche, è anche una scuola involontaria. Le parole pronunciate da un politico non rimangono confinate nel momento in cui vengono pronunciate: diventano immagini, circolano sui social, vengono ripetute, commentate e imitate. Acquistano una dimensione collettiva e contribuiscono a definire ciò che una comunità considera accettabile.
Qui emerge una contraddizione culturale ed educativa particolarmente grave. Nelle scuole, nelle famiglie e nelle associazioni si promuovono il rispetto, l’empatia, la prevenzione del bullismo e l’educazione alla gestione non violenta dei conflitti. Poi, nello spazio pubblico, proprio chi dovrebbe offrire un esempio di responsabilità finisce per legittimare comportamenti opposti.
Il problema non è soltanto la parola pronunciata, ma il modello relazionale che essa comunica: se l’altro mi contraddice, posso offenderlo; se mi attacca, devo restituire l’attacco; se la piazza applaude, allora la mia reazione è giustificata. È una logica che rischia di trasferire nella vita quotidiana la convinzione che il conflitto si risolva attraverso la sopraffazione anziché attraverso il confronto.
La comunicazione non violenta, elaborata da Marshall Rosenberg, propone un approccio fondato sull’ascolto, sul riconoscimento dei bisogni e sulla capacità di esprimere il dissenso senza ricorrere all’aggressività e al giudizio umiliante. Non chiede di rinunciare alle proprie convinzioni, né di rendere innocuo il confronto. Chiede di distinguere la fermezza dalla prevaricazione, la critica dall’offesa, la forza degli argomenti dalla violenza delle parole. Una politica capace di rispettare questa distinzione non sarebbe meno incisiva. Sarebbe semplicemente più responsabile.
Mentre i palchi si accendevano e le polemiche occupavano la scena, le urne restituivano un dato ancora più significativo: alle elezioni suppletive del collegio Reggio Calabria-Locri ha votato appena il 22,34 per cento degli aventi diritto. Quasi otto elettori su dieci sono rimasti lontani dalle urne. Ė un segnale che merita attenzione.
L’astensionismo può nascere da disinteresse, sfiducia, difficoltà materiali, disillusione, distanza dalle istituzioni o dalla convinzione che il proprio voto non sia in grado di modificare concretamente la realtà. Le motivazioni sono differenti e non possono essere ricondotte a un’unica spiegazione. Ma quando una larga parte della popolazione non partecipa, la questione supera la dimensione elettorale e diventa sociologica, culturale e politica. La rappresentanza, infatti, non consiste soltanto nell’essere eletti secondo le regole. È una relazione fra cittadini e istituzioni, fra bisogni sociali e decisioni pubbliche, fra aspettative e risposte. Quando questa relazione si indebolisce, la democrazia continua formalmente a funzionare, ma rischia di perdere una parte essenziale della propria vitalità.
Ecco perché il dato di Reggio Calabria non può essere liquidato come una semplice curiosità statistica. È una domanda rivolta alla politica: quanto è ancora capace di suscitare fiducia, appartenenza e partecipazione? È possibile collegare il linguaggio aggressivo della campagna elettorale all’astensionismo? Non sarebbe rigoroso affermare che gli insulti abbiano determinato la scarsa partecipazione. I dati disponibili non dimostrano un rapporto causale diretto. Sarebbe altrettanto superficiale, però, ignorare la questione culturale che unisce questi fenomeni.
Da una parte, una politica che tende a trasformare il confronto in spettacolo e la competizione in scontro personale. Dall’altra, una parte consistente della cittadinanza che resta fuori dal processo elettorale. Sono espressioni di una più ampia difficoltà nel rapporto fra rappresentanti e rappresentati.
Quando il dibattito pubblico appare concentrato sulle provocazioni, sulle battute offensive e sulle contrapposizioni identitarie, i problemi concreti rischiano di scomparire dalla scena. Il lavoro, la sanità, i trasporti, le periferie, le opportunità per i giovani, l’emigrazione e lo spopolamento dei territori richiedono analisi, proposte e responsabilità. Non possono essere affrontati con la logica della contesa permanente.
La Calabria, come tanti territori del Mezzogiorno, ha bisogno di una politica capace di ascoltare le inquietudini sociali e di restituire ai cittadini ragioni concrete per partecipare. Se chi è lontano dalle istituzioni percepisce il confronto politico come una gara di aggressività, difficilmente ritroverà in esso uno spazio nel quale riconoscersi. La partecipazione non si conquista alzando la voce, ma dimostrando che quella voce sa occuparsi della vita delle persone. È necessario, pertanto, restituire al conflitto la sua funzione: mettere a confronto idee, rendere visibili le differenze, individuare soluzioni.
La questione non è soltanto ciò che un politico dice del proprio avversario, ma ciò che, attraverso quelle parole, la politica comunica di sé e delle istituzioni che rappresenta. Chi occupa un palco dispone di una responsabilità che supera la propria persona. Ogni parola può costruire un ponte oppure scavare un fossato; può favorire il confronto oppure alimentare la diffidenza; può avvicinare i cittadini oppure confermarli nella convinzione che la politica sia un mondo distante dai loro bisogni. Il microfono non attenua questa responsabilità. La amplifica.
Forse l’immagine più significativa di questa vicenda è proprio quella di una piazza attraversata da voci, applausi e insulti, mentre una larga maggioranza degli elettori resta lontana dalle urne. Da una parte il rumore della contesa, dall’altra il silenzio della mancata partecipazione. In mezzo, una democrazia chiamata a ricostruire il rapporto con la propria comunità. La politica dovrebbe interrogarsi su entrambi.
La prima riforma, allora, potrebbe cominciare da un gesto apparentemente semplice: restituire alle parole il loro valore civile. Imparare a dire «io» senza trasformarlo in un potere assoluto, «tu» senza farne un bersaglio, «noi» senza rinchiuderlo nei confini di una fazione.
E una piazza democratica non dovrebbe essere il luogo in cui si impara a insultare, ma quello in cui si impara a dissentire senza disumanizzare, a discutere senza sopraffare, a riconoscere nell’altro una persona anche quando le sue idee sono lontane dalle nostre.
Perché quando la politica perde il rispetto delle parole, rischia di perdere anche la fiducia dei cittadini. E quando il rumore degli insulti copre il silenzio delle urne, non è soltanto il dibattito pubblico ad avere bisogno di ritrovare la propria voce: è la democrazia stessa a dover ritrovare le ragioni della propria comunità.

























