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Carceri calabresi sovraffollate: messo a rischio il diritto alla salute dei detenuti

Grido d’allarme dell’associazione Luca Coscioni che ha inviato 102 diffide alle direzioni generali delle Aziende sanitarie delle città dove si trovano i 189 istituti penali italiani

Di Redazione
8 Settembre 2024
In SOCIETÀ
Carceri calabresi sovraffollate: messo a rischio il diritto alla salute dei detenuti
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Carceri calabresi letteralmente sovraffollate. Lo riferisce una nota dell’associazione Luca Coscioni,  e riportata dall’Ansa, che, in materia di tutela dei diritti, tra cui quello alla salute, ha inviato 102 diffide alle direzioni generali delle Aziende sanitarie delle città dove si trovano i 189 istituti penali italiani. In particolare nelle carceri calabresi, dove sono reclusi rispettivamente 2.918 uomini e 67 donne, il sovraffolamento è al 110%.

«Si tratta – è scritto in una nota – di diffide ad adempiere al proprio compito stabilito dalla legge: procedere a sopralluoghi nelle strutture penitenziarie di loro competenza con il fine di apprezzare le circostanze relative all’igiene e le profilassi delle stesse, della fornitura di tutti i servizi socio-sanitari e di agire di conseguenza, qualora esse non siano a norma. Una iniziativa lanciata alla luce della pressoché totale mancanza nel recente decreto carceri di misure strutturali volte a garantire il diritto alla salute nei 189 istituti di pena in Italia che tiene in considerazione il fatto che ai direttori generali delle aziende sanitarie spetta il compito di riferire al Ministero della Salute e quello della Giustizia sulle visite compiute e sui provvedimenti da adottare. È infatti onere delle Aziende sanitarie accertare, anche attraverso visite ispettive agli istituti di pena, che le condizioni di igiene siano rispettate e, in caso contrario, intervenire per interrompere eventuali gravi mancanze». 

«Abbiamo deciso di lanciare questa iniziativa – hanno spiegato Filomena Gallo e Marco Cappato, segretaria e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, insieme all’ex senatore Marco Perduca che coordina l’iniziativa – perché la totale mancanza di attenzione dedicata alla salute nell’ultimo decreto del Governo in materia di carceri, oltre che quanto denunciato sistematicamente dai rapporti dei Garanti cittadini e regionali, da notizie di stampa e resoconti di visite ispettive parlamentari, fanno emerge una situazione di patente violazione strutturale, tra gli altri, del diritto alla salute delle persone ristrette nel nostro Paese». 

Agenti aggrediti al penitenziario di Vibo Valentia

Va ricordato che poco tempo fa, due agenti della Polizia penitenziaria sono stati aggrediti all’interno del carcere di Vibo Valentia di località Castelluccio. La denuncia è arrivata dal vicesegretario del Sinappe (Sindacato nazionale autonomo polizia penitenziaria) Cristina  Busà: «Tutto è scaturito da futili motivi – ha riferito all’epoca dei fatti la sindacalista -, semplici pretesti per creare disordini, detenuti con  problemi di dipendenze o problematiche psichiatriche che agiscono per ottenere farmaci o  altri beni, richieste pretestuose che sempre più spesso hanno ripercussioni solo  sull’incolumità del personale di Polizia penitenziaria che subisce aggressioni senza la  possibilità di poter difendere i suoi diritti, il suo diritto al lavoro, il suo diritto alla vita».  

E così a farne le spese oggi «sono stati due colleghi, duramente aggrediti. Appare incomprensibile quanto stia accadendo nel penitenziario di Vibo Valentia, un settore detentivo sempre più problematico nel quale quotidianamente si assiste ad  aggressioni o eventi critici che mettono a dura prova il sistema penitenziario, una vera e  propria emergenza. Il personale di Polizia penitenziaria – ha riferito sempre la sindacalista – ha necessità di certezze, ha bisogno di sapere che l’amministrazione è pronta a sostenere e difendere i suoi uomini, ha necessità di essere tutelato. Le difficoltà sono all’ordine del giorno, il personale è cosciente che il proprio lavoro ha grande rilevanza  sociale, ma oggi il senso di abbandono ha preso il sopravvento. I due colleghi aggrediti hanno dovuto fare ricorso alle cure mediche del caso, ma la ferita più grande non è quella visibile agli occhi, ma quella che ogni poliziotto oggi porta dentro di sé, il fallimento di un sistema che dovrebbe garantire tanto alla società esterna quanto agli operatori penitenziari sicurezza e dignità lavorativa». Cristina Busà ha, infine, sottolineato che «il personale del corpo di Polizia penitenziaria ha necessità di un forte segnale di vicinanza, una dimostrazione che l’interesse non è rivolto unicamente al reinserimento dei detenuti bensì di un segnale rivolto alla tutela di chi questo Stato lo rappresenta». 

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