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Libera Calabria, Borrello: «La nostra terra non è solo ‘ndrangheta. Serve un nuovo racconto»

L'impegno dell'associazione antimafia, il ruolo dei giovani e la sfida culturale per superare gli stereotipi: parla il referente calabrese dell'associazione fondata da don Ciotti

Di Claudio Gentile
1 Agosto 2026
In SOCIETÀ
Giuseppe Borrello, referente regionale di Libera in Calabria

Giuseppe Borrello, referente regionale di Libera in Calabria

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Da anni responsabile della principale associazione italiana che si occupa di contrastare la criminalità, Giuseppe Borrello è il referente calabrese di Libera, l’ente fondato da don Luigi Ciotti nel 1995. Con Giuseppe abbiamo parlato di impegni concreti, formazione e progetti, ponendogli delle domande su tutto ciò che comporta e significa guidare un gruppo di questo genere in un territorio particolare come la Calabria.

L’intervista

Quali sono le sfide che ha davanti l’associazione Libera in Calabria?

«Per un’associazione di promozione sociale con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alla criminalità organizzata e di favorire la creazione di una comunità alternativa alle mafie stesse, le sfide, in un contesto difficile e complesso come quello calabrese, sono veramente tante. Un contesto, caratterizzato da collusioni e connivenze che alimentano la cosiddetta “zona grigia”, in una regione che non è solo terra di ‘ndrangheta, ma anche di massoneria e massoneria deviata: la Calabria si conferma tra le regioni con la più alta incidenza massonica d’Italia. Ma attenzione, sbaglia chi pensa che la Calabria sia una terra immobile, dominata solo dall’oppressiva presenza della ‘ndrangheta, dal fatalismo e dal familismo amorale».

Vale a dire?

«La storia è piena di esempi concreti di donne e uomini che, anche a costo della loro vita, hanno lottato e tentano di rendere la Calabria un posto migliore. Questa è una storia poco conosciuta e poco valorizzata, anche da noi stessi calabresi, figuriamoci nel resto d’Italia dove prevale un racconto fatto male e per stereotipi. Storie poco note e conosciute, come quelle di impegno e concretezza, delle 154 esperienze di riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati nella nostra regione. Storie di chi non è indifferente e rassegnato come le centinaia di imprenditori e commercianti che hanno aderito alla campagna regionale “La libertà non ha pizzo».

Che narrazione meriterebbe la Calabria?

«La Calabria meriterebbe una narrazione diversa. Bisogna chiarire che una narrazione diversa non vuol dire negare o nascondere i nostri problemi, quelli purtroppo sono molto evidenti, ma significa, appunto, partire dalle nostre difficoltà e dai nostri limiti per far conoscere e valorizzare le tante esperienze positive presenti. Ma poi c’è, soprattutto, un’altra necessità: molto spesso rispetto ad una criminalità organizzata, sempre più organizzata e coesa, addirittura si parla ultimamente di ‘ndrangheta e cosa nostra come un unico corpo, una cosa sola, per via di un’evidente convergenza e commistione di interessi, come dimostrano gli interessi e gli appetiti sulla realizzazione del ponte sullo stretto, si contrappone uno sforzo civico disgregato, disorganizzato e fragile».

Nota delle differenze tra le reazioni attuali dei cittadini e quelle del passato?

«C’è un prima e un dopo, uno spartiacque rappresentato dall’operazione Rinascita – Scott e dalle diverse operazioni che ne sono seguite, grazie alle quali gli imprenditori del vibonese hanno conosciuto un periodo di relativa tranquillità senza sentire addosso il fiato del racket. Imprenditori che ora non vogliono più abbassare la testa.  Ma anche le cittadine e i cittadini di questo territorio hanno dimostrato in più occasioni di essere stanchi di subire passivamente angherie e soprusi e di assistere al proliferare di un potere violento ed abusante che è causa di sottosviluppo, di negazioni di diritti, povertà ed emigrazione».

State puntando molto sulla scuola, lanciando un messaggio forte di legalità tra gli studenti: come si approcciano gli alunni a questi temi?

«Anche da questo punto di vista stiamo notando un cambio di passo, mentre fino a qualche anno fa riscontravamo difficoltà a proporre i nostri temi nelle scuole, ora capita che sono le stesse studentesse e studenti che ci invitano alle loro assemblee o iniziative perché avvertono la necessità di confrontarsi e comprendere meglio quanto accade intorno a loro. Ovviamente si tratta di ragazze e ragazzi che, in alcuni casi, non avendo vissuto il periodo delle stragi di mafia  e dei morti ammazzati, non hanno una piena consapevolezza del pericolo delle mafie oggi o di quegli atteggiamenti diffusi legati alla cosiddetta “mafiosità” ma fanno i conti, molto spesso, con una criminalità organizzata più silente rispetto alla quale si corre il rischio della “normalizzazione delle mafie”, ossia il convincimento che le mafie non siano più una priorità nel nostro Paese, ma addirittura un fenomeno con il quale conviverci».

Negli ultimi mesi avete proposto spesso eventi per giovani che vanno oltre i classici convegni o momenti formativi con musica, aperitivi e altre iniziative, perché?

«Molto spesso parlando di giovani ci si riferisce a loro rispetto ad un orizzonte temporale futuro, ma in realtà, prima di essere le future generazioni, rappresentano il nostro presente, ed in quanto tali sono chiamati ad essere i protagonisti assoluti del cambiamento e dei nostri tempi, senza aspettare, perché non si è troppo giovani per decidere da che parte stare. Partendo da questa considerazione sentiamo forte la necessità di sperimentare dei nuovi linguaggi che possano avvicinare i nostri giovani a queste tematiche, provando a coinvolgerli, rendendoli assoluti protagonisti. Se da un lato ci sono tante ragazze e ragazzi divorati dall’irrealtà quotidiana dei social media, dall’altra parte ce ne sono tanti altri che studiano, si appassionano, s’informano. Sono gli stessi che abbiamo visto in piazza per sostenere Gaza, che si sono interessati alla questione ambientale, che chiedono di tornare ad abitare un mondo in pace. Sono quelli che stanno dimostrando di essere il vento del cambiamento, quel vento che deve essere sostenuto e alimentato. Dalle esperienze fatte abbiamo capito che i giovani non cercano adulti che dicano loro cosa fare, ma adulti credibili che facciano insieme a loro».

La Calabria si sta spopolando sempre di più, secondo lei, oltre la mancanza di lavoro, su questa dinamica incidono pure altri fattori?

«Frequentemente nelle nostre conversazioni da adulti facciamo una narrazione della Calabria attraverso la quale, senza accorgercene, infondiamo ai nostri giovani un senso di sfiducia e rassegnazione in base al quale esiste un destino già segnato per loro: qui non c’è niente di buono e, ultimate le scuole superiori, bisogna andare via, anzi scappare, correre non importa dove ma, senz’altro, lontano dalla nostra regione. Cose che ci sentiamo ripetere come un mantra nei tanti incontri che facciamo nelle scuole, anche da parte delle ragazze e dei ragazzi più giovani, i quali vedono un loro futuro distante da qui, senza probabilmente conoscerne i motivi. Sicuramente ad alimentare questa narrazione c’è quel racconto della nostra regione fatto male e per stereotipi, ma anche una certa miopia che non ci consente di vedere concretamente quali sono le reali opportunità che, comunque e nonostante tutto, ci sono nei nostri contesti».

Tags: Giuseppe BorrelloLiberaLibera Calabria
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