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Home MUSICA E SPETTACOLO

Peppe Voltarelli, un calabro diventato figura internazionale: cantante ma anche attore e scrittore

Intervista al cantautore cosentino che torna sulla scena musicale con un disco di inediti. “La grande corsa verso Lupionòpolis” è il suo nuovo album registrato a New York

Di Teresa Pugliese
12 Dicembre 2024
In MUSICA E SPETTACOLO
Peppe Voltarelli

Peppe Voltarelli

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La tradizione melodica calabrese vive da molti anni una sua primavera, merito di molti artisti che hanno saputo imporsi come protagonisti della scena musicale italiana e di molti altri che hanno saputo conservare e reinterpretare la tradizione del canto popolare e alla scrittura dialettale.

Uno dei volti che hanno dato voce e cuore a questo sentimento è sicuramente quello di Peppe Voltarelli, nato a Cosenza, ma ormai cittadino del mondo, si definisce un cantante ma la poliedricità del suo estro lo ha portato a vestire spesso i panni dell’attore, dello scrittore, dell’autore. Insomma, protagonista di un’arte, la sua, impegnata a imporsi come un ponte tra passato e futuro, e che crea una magica connessione tra la piccola provincia calabrese e il melting pot americano di New York City. “La grande corsa verso Lupionòpolis”, è il suo nuovo album di inediti, pubblicato dall’etichetta discografica Visage Music, arriva dopo anni di sperimentazioni ed omaggi che Voltarelli ha saputo fare con inconfondibile unicità e maestria.

Torni sulla scena musicale con un nuovo album di inediti. Ce lo racconti?

«Questo album arriva dopo anni dall’ultimo inedito, in tutto questo periodo ho invece pubblicato altri due dischi, degli omaggi, dei quali uno dedicato ad Otello Profazio. Entrambi questi due lavori hanno ricevuto la Targa Tenco e sono stati premiati come miglior album interprete rispettivamente nel 2016 e nel 2021.

Avevo voglia, questa volta, di registrare un disco di inediti a New York, accompagnato da musicisti americani; è una città, questa, che per la mia carriera ha rappresentato tanto, ho suonato qui tante volte, ho girato tra le sue strade un film nel quale ero io stesso protagonista e che mi ha permesso di girare il mondo in vari festival. Avevo quindi voglia di pubblicare un album scritto tutto in dialetto calabrese che risentisse però delle suggestioni di quella città, del suo ritmo, del modo di suonare degli americani. È stata una grande impresa, un album totalmente autoprodotto che mi sta regalando molte soddisfazioni».

Peppe Voltarelli [© Francesca Magnani]

Utilizzare il dialetto, nella stesura dei testi, è ormai un tratto distintivo della musica di Peppe Voltarelli?

«All’inizio devo essere sincero era una cosa anche molto istintiva, molto da studente fuori sede diciamo, se si considerano i primi dischi fatti nei primi anni novanta. Poi questo istinto ha lasciato il passo ad una consapevolezza sul significato del dialetto, che rimane una lingua importante e molto amata all’estero. Nei miei viaggi oltre Italia, mi sono reso conto che grazie a questo linguaggio, si riesce a raccontare nel migliore dei modi la terra dalla quale si proviene. È come se il dialetto avesse una sorta di patente internazionale, è la lingua del villaggio, della tribù, originaria direi, che non è neanche scritta. Sì, possiamo effettivamente considerarla una costante della mia carriera.»

Un altro elemento importante che contraddistingue la tua arte è il cinema, la tua musica appare sempre molto teatrale e tu stesso hai interpretato tanti ruoli come attore.

«Da “Doichlanda” in poi, documentario che ho ideato negli anni 2000 insieme a Giuseppe Gagliardi, e del quale ero protagonista insieme alla mia band, è iniziato un percorso che mi ha regalato grandi soddisfazioni. Con questo stesso lavoro abbiamo vinto, ad esempio, il Torino Film Festival. Il sodalizio con Giuseppe mi ha portato poi ad altri lavori come “La legenda di Tony Vilar” girato tra New York e Buenos Aires; ho fatto tanti altri film, credo almeno 15 o 16, tra i tanti “La mafia uccide solo d’estate” e pochi mesi fa un cameo nella serie tv Rai “Mike” omaggio al grande presentatore della televisione italiana. Sono tutte partecipazioni molto carine e cucite spesso sul mio personaggio.

C’è una sorta d’influenza tra queste due forme d’arte, da quando ho cominciato a suonare da solo è uscita fuori un po’ questa mia vena di racconta storie, questo fa sì che da parte del pubblico ci sia più partecipazione, diventa una sorta di gioco anche nei live. La parte teatrale del raccontare ogni storia mi piace perché mi da la possibilità di essere libero, di sentirmi fuori da certi schemi prestabiliti e mi da la possibilità di spaziare su vari temi, molta è la contemporaneità che canto. Il presente e la musica non è solo un fatto spettacolare, ma anche una questione terapeutica. Il palcoscenico è così luogo di confessioni. Ed oggi l’arte ha bisogno di autenticità, di contatto diretto».

Tu ormai fai parte integrante di quella che possiamo considerare la scuola musicale calabrese. Una tradizione consolidata e che vede in Otello Profazio forse il suo fondatore.

«Otello sin dagli anni cinquanta ha fatto una sorta di lavoro antologico, raccogliendo una serie di canti, rielaborandoli, portandoli in giro per il mondo. È stato un faro della scena, indubbiamente, dietro questo grande uomo sono nati molti artisti e gruppi che hanno scelto di scrivere in dialetto, mi viene in mente Mimmo Cavallaro; poi c’è una scena cantautorale, quella che scrive in italiano molto interessante e che ha dei suoi punti di riferimento in artisti come Sergio Cammariere o Dario Brunori, due musicisti che sono riusciti a costruire un loro stile ben definito con un linguaggio molto personale e poetico. Da questo punto di vista sì, possiamo dire che esiste una vera e propria “Onda Calabra” (ride) citando me stesso quasi».

Hai avuto altre influenze nella tua espressione artistica?

«È il racconto di una Calabria che non è solo stereotipo ma che sa usare l’ironia, il coraggio e la sfacciataggine quasi parlando di sé; un’onda calabra che negli anni 2000 abbiamo alzato anche noi come Parto delle Nuvole Pesanti. Un movimento culturale che si estendeva ben oltre e che comprendeva e comprende ancora oggi, il cinema e il teatro; mi viene a mente Giuseppe Gagliardi, nel teatro Scena Verticale, nella scrittura Domenico Dara e ancora Carmine Abate e Mimmo Gangemi.

Ed è per questo motivo che ho anche deciso di riprendere e reinterpretare le canzoni di Otello Profazio, è quasi come se avessi conseguito una laurea magistrale attraverso la sua musica e la sua esperienza; ho avuto la fortuna, inoltre, di conoscerlo, di lavorare e suonare con lui e questo mi ha reso anche più forte nella scrittura dei miei testi, delle mie melodie. Una cosa fondamentale, secondo me, è che alla base di ogni scelta artistica ci sia la qualità e non solo la moda o la comodità di scrivere o cantare in dialetto, altrimenti si svilisce quel patrimonio, ricchissimo, che ci portiamo dietro e che dovremmo raccontare nel migliore dei modi».

Continua a leggere altre interessanti storie come quella di Peppe Voltarelli, pronto con il suo tour oltreoceano, su Informa Calabria

Tags: ArteCalabriaMusicaStorie
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