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Home CONTROCORRENTE

Quando il merito prende il treno e la Calabria resta tristemente ad aspettare

Di Michele Petullà
11 Luglio 2026
In CONTROCORRENTE
Spopolamento della Calabria

«Mia figlia ha trasferito la residenza a Milano, dove lavora senza bisogno di raccomandazioni». Mi è capita di leggere qualche giorno fa questo breve post del noto geologo calabrese Carlo Tansi. Una frase semplice, quasi asciutta, eppure capace di racchiudere una delle più grandi tragedie civili e sociali della Calabria contemporanea. Non la povertà economica, non la cronica carenza infrastrutturale, nemmeno l’emigrazione in sé. La tragedia è un’altra: dover andare via per sentirsi finalmente liberi.

Quelle poche righe mi hanno colpito profondamente. Forse perché hanno incrociato una storia che conosco fin troppo bene. Anche mia figlia, infatti, ha trasferito la propria residenza, nel suo caso a Torino, dove oggi lavora grazie alle proprie competenze, senza dover bussare alla porta di nessun politico, senza cercare l’intercessione di alcun potente, senza dover dimostrare altro se non il proprio valore.

Ed è proprio questo il punto. In una società normale non dovrebbe fare notizia il fatto che una persona venga assunta perché è preparata. Dovrebbe essere la regola. In Calabria, invece, troppo spesso questa semplice normalità diventa quasi un lusso, un’eccezione da raccontare.

Naturalmente sarebbe ingiusto affermare che tutto funzioni così. Esistono amministratori seri, dirigenti integerrimi, professionisti che difendono ogni giorno la cultura del merito, imprese sane che selezionano esclusivamente sulla base delle competenze. Sarebbe scorretto negarlo. Ma sarebbe ancora più scorretto fingere di non vedere una realtà che continua ad affiorare con ostinazione: quella di un sistema di relazioni personali, di appartenenze, di fedeltà e di protezioni che, in non pochi e diversi contesti sociali purtroppo pesa ancora più del curriculum, perfino in quei contesti che dovrebbero essere maggiormente caratterizzati da eticità e moralità.

Mi torna spesso alla mente una conversazione avuta qualche tempo fa con Antonio, giovane medico calabrese. Laurea brillante, specializzazione conseguita con risultati eccellenti e un importante incarico in uno dei più prestigiosi ospedali di Bologna. Gli chiesi, quasi ingenuamente: «Ma tu, bravo come sei, perché non torni nella tua terra?» La risposta arrivò senza il minimo tentennamento. «Scherzi? Tornare lì a fare il medico? Sai cosa significa? Mettersi al servizio del politico di turno ed essergli schiavo per tutta la vita. Preferisco la mia libertà. Qui vengo valutato per quello che so fare. Nessuno mi chiede chi conosco. Mi chiedono soltanto se sono capace».

Quelle parole continuano a risuonarmi dentro. Perché non parlavano soltanto di medicina. Parlavano di dignità. Il problema, infatti, non è esclusivamente trovare un posto di lavoro. Il problema è poterlo ottenere e mantenere senza sentirsi perennemente in debito con qualcuno. Perché ogni favore ricevuto genera spesso una catena invisibile di riconoscenza, dipendenza e silenzio. Il merito, invece, rende liberi. La raccomandazione crea sudditi. Ed è questa la differenza che tanti giovani percepiscono con lucidità.

In molte realtà del Nord, ma anche in numerose esperienze del Centro Italia e all’estero, un curriculum importante, corposo e ben costruito rappresenta davvero un patrimonio. Titoli di studio, esperienze internazionali, pubblicazioni scientifiche, competenze linguistiche, capacità professionali costituiscono un capitale da valorizzare.

In troppi contesti del Mezzogiorno, invece, accade ancora che quel curriculum venga osservato con una sorta di fastidio, quasi rappresentasse un problema anziché una risorsa. Diventa improvvisamente più importante la telefonata giusta, l’appoggio dell’assessore influente, la presentazione del parlamentare o del sottosegretario, la vicinanza al gruppo politico dominante.

Così capita che una persona con un percorso professionale straordinario venga superata da chi possiede un curriculum ordinario ma dispone di relazioni straordinariamente potenti. È una dinamica che, quando si manifesta, produce un danno enorme. Non soltanto per chi subisce l’ingiustizia. Ma anche, se non soprattutto, per la collettività.

Perché ogni volta che una competenza viene sostituita da un’appartenenza, perde l’intera comunità. Perdono gli uffici pubblici, che rinunciano ai migliori. Perdono gli ospedali, che rischiano di privarsi delle professionalità più qualificate. Perdono le università, gli enti culturali, le società partecipate, le aziende sanitarie. Perde tutta la società quando prevalgono logiche di vicinanza, clientelari, amicali quando non familistiche, invece che di competenza. Il clientelismo non è soltanto una questione morale. È soprattutto un gigantesco spreco di intelligenza.

Persino nei Comuni, quelli che rappresentano l’istituzione più vicina ai cittadini, non sono mancati negli anni – e non mancano – casi nei quali gli incarichi hanno alimentato polemiche perché percepiti come orientati verso persone vicine all’amministrazione, amici o, talvolta, familiari. Non significa che ogni scelta sia illegittima o irregolare: spesso esistono procedure formali e decisioni pienamente legittime. Tuttavia, quando la trasparenza lascia spazio anche solo al sospetto della preferenza personale, il danno è già compiuto. Perché la fiducia dei cittadini nelle istituzioni si incrina, e con essa si indebolisce il senso stesso della cosa pubblica.

Il risultato è davanti agli occhi di tutti. I giovani migliori continuano a partire. Non perché non amino la Calabria. La amano profondamente. Ma rifiutano di vivere in un luogo dove, almeno secondo una percezione ancora molto diffusa, il talento rischia di valere meno della conoscenza giusta, e quindi di avere meno possibilità di farsi strada nella società.

La cosiddetta fuga dei cervelli viene spesso raccontata come un problema economico. Lo è, certamente. Ma prima ancora è una questione culturale. Ogni ragazzo che se ne va porta con sé anni di investimenti della famiglia, della scuola, dell’università. Porta idee, entusiasmo, ricerca, innovazione, spirito critico. Porta futuro. E quando quel futuro decide di costruire la propria vita altrove, la Calabria non perde soltanto un lavoratore. Perde un possibile professore, un primario, un ingegnere, un ricercatore, un imprenditore, un amministratore competente. Perde esempi. Perde leadership. Perde speranza.

La conseguenza più devastante, però, è forse un’altra. Le nuove generazioni crescono con la convinzione che il successo dipenda meno dall’impegno e più dalle conoscenze. È il messaggio educativo più pericoloso che una società possa trasmettere. Perché quando il merito non è più credibile – nonostante i discorsi di facciata –, anche lo studio perde significato. Se a decidere non sono la preparazione e il sacrificio, ma le relazioni, allora perché investire anni sui libri? Perché eccellere? Perché rischiare?

È così che una comunità inizia lentamente a consumare il proprio capitale umano. Eppure la Calabria possiede energie straordinarie. Produce medici apprezzati nei migliori ospedali italiani, magistrati, ricercatori, docenti universitari, imprenditori, artisti e professionisti che ovunque dimostrano competenza e capacità.

La domanda vera allora è un’altra. Perché i nostri giovani diventano eccellenze soprattutto dopo essere andati via, quando si trovano in altri contesti sociali? Forse perché altrove hanno trovato ciò che dovrebbe essere garantito ovunque: la possibilità di essere semplicemente se stessi, senza padrini né protettori.

La vera sfida, allora, non consiste nel convincere i giovani a tornare. Prima bisogna costruire una terra nella quale valga davvero la pena ritornare. Una terra dove il curriculum pesi più del biglietto da visita. Dove una selezione pubblica sia percepita come realmente imparziale. Dove la politica torni a fare politica, senza trasformarsi in ufficio di collocamento. Dove le istituzioni – tutte le istituzioni – abbiano il coraggio di scegliere i migliori, anche quando non appartengono a nessuna cordata politica, a nessuna famiglia influente.

Solo allora il treno dell’emigrazione potrà invertire la propria direzione. Fino a quel giorno continueremo a celebrare con orgoglio i successi dei nostri figli lontano da casa, applaudendoli mentre costruiscono altrove il futuro che qui non siamo stati capaci di offrire.

E forse la sconfitta più grande non è vederli partire. La sconfitta vera è sapere che, troppo spesso, a farli partire non è stata la voglia di conquistare il mondo, ma il bisogno di conquistare un diritto elementare: essere valutati e scelti esclusivamente per ciò che veramente valgono, per i loro meriti e non per la protezione, politica o meno, di cui godono.

Tags: CalabriaMeritoMilanoSpopolamento
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