La storia ci aveva raccomandato di lasciare nell’oblio la parola fascismo. Era stata una parola nera, più della pece. Di fascismo si moriva, si impazziva. Ricordarlo significava riaprire una ferita che il Paese voleva nascondere. E invece eccolo di nuovo, lucido e sfrontato, ripulito dal tempo, usato come se fosse una bandiera nuova ad uso e costume di certa politica.

Viviamo un tempo senza ideali né valori. Tutto scorre per inerzia, e la politica è diventata un gioco di punteggi, di scherno, di urla. Non più la voce della polis, ma un palcoscenico di protagonisti annoiati, un carnevaletto pirandelliano dove ognuno recita a soggetto e tutti cercano un autore che non c’è.
E intanto si dimentica che la Costituzione — questa carta sudata, scritta con il sangue dei padri e delle madri costituenti — era nata per evitare proprio questo: la miseria morale, l’indifferenza, l’odio di parte. Che politica di bordello! Quella a cui assistiamo è un’opera che Pirandello non avrebbe mai voluto firmare, che Eduardo e Peppino De Filippo non avrebbero mai recitato: una farsa senza onore e senza patria.
Il rispetto è scomparso. L’avversario è diventato nemico. I sindacati si fanno partiti, la politica perde onore e patria, il dibattito si riduce a rissa. Persino la libertà di stampa, per cui Corrado Alvaro dedicò la vita, viene messa in dubbio da accuse infondate che fanno paura e incutono terrore.
Eppure basterebbe guardarsi indietro. Ricordare l’11 giugno 1984, quando Giorgio Almirante si mise in fila con i comunisti per rendere omaggio a Enrico Berlinguer. Nessuno lo insultò, nessuno lo allontanò. Quattro anni dopo, per la morte di Giorgio Almirante, furono Nilde Iotti e Giancarlo Pajetta ad andare in via della Scrofa per restituire l’omaggio, accolti con rispetto.
Avversari, non nemici. Così si chiamavano un tempo gli uomini che amavano l’Italia. Ne abbiamo nostalgia. Non di un Paese perfetto, ma di un Paese capace di riconoscersi, di dirsi la verità, di avere il coraggio di una sola parola: dignità.




















